La pubblicazione collettiva di Cremonapalloza

Entusiasmo

E

Era un classico sabato sera invernale di provincia con un cazzo da fare, ma migliaia di giovani si stavano preparando per viverlo.
Una settimana sui banchi di scuola o al lavoro doveva essere lasciata alle spalle con una serata da leoni, giocandosi alla roulette russa delle strade provinciali la foto in prima pagina sul quotidiano locale dopo lo schianto contro un platano o un muretto.
Cenò con i genitori e poi andò a prepararsi per uscire, anche lui.
Sapeva che sarebbe stata la solita noiosissima serata spesa invano alla ricerca di qualcosa di indefinito.
Pensò di stare in casa, rovistò tra i vinili ma nessuno di loro lo attirò particolarmente.
Si pentì di aver passato il pomeriggio in casa a lobotomizzarsi davanti al tubo catodico.
Avrebbe potuto fare un giro a prendersi un disco. Niente, si preparò.
Valutò che i jeans nocciola che indossava da una settimana potevano andare e anche il maglione con tonalità scure superò l’esame olfattivo ascellare. La polo no; aprì l’armadio per prendere una camicia a caso, ma in quel momento ci fu la svolta.
Sarebbe uscito per dar fastidio a quel branco di subumani del bar del quartiere che gli stavano sempre più sui coglioni e che detestavano la sua camicia rosa da frocio, che indossò.
Si allacciò gli anfibi e prese il montgomery, nelle cui tasche infilò le siga e la kefiah.
Si trovò davanti suo padre, che come al solito lo rimproverò per i capelli troppo lunghi e spettinati e per il modo trasandato con cui si vestiva: la camicia fuori dai pantaloni e gli anfibi erano per lui un incubo. Le solite cose. Lo salutò mentre il vecchio gli raccomandava di non far tardi e di guidare con prudenza.
Scese in garage, prese la vecchia scatola di sigari cubani che custodiva la sua scorta di sostanze psicotrope. Era ben fornito, ultimamente; c’era una canna di erba che si infilò subito in tasca e una mogola di libano, oltre a una stecca da dieci grammi di nero.
Si costruì un pippero di libano, scaldandolo direttamente dalla mogola, e decise di riservare il nero per qualche occasione speciale, abbondando con la sostanza e limitando al minimo il tabacco.
Guardò soddisfatto la sua creazione. Rollava soltanto a bandiera per limitare il consumo di carta, usando le Smoking blu che erano più larghe e facevano un bell’effetto coreografico quando dava fuoco alla carta in esubero partendo dal filtro, per poi sfruttare la fiamma per accendere la canna.
Lo accese e poi tirò fuori la macchina e si avviò verso il bar, facendo il giro più lungo possibile da casa sua, giusto per godersi la bomba e un po’ di musica in santa pace.
Arrivò e parcheggio proprio davanti ai subumani, che stavano parlando di figa manco fossero gli eredi di John Holmes. Salutò distrattamente con un dito medio la battutina sulla camicia da frocio e entrò al bar.
Seduto in disparte, in compagnia della morosa, c’era quello che poteva definire il suo migliore amico, con il quale ogni tanto si confidava. Lo invitò a sedersi con loro con suo sommo piacere e con altrettanto disgusto da parte della sua dolce metà.
Non si stavano simpatici, ma – per quieto vivere e per non scazzare con il vertice del triangolo – facevano buon viso a cattivo gioco.
Bevve il caffè al banco e poi andò a sedersi con loro, portandosi appresso un Montenegro; cominciarono a parlare di musica con in sottofondo l’assordante silenzio di lei.
Ingollò in due sorsi l’amaro e ne ordinò un altro, imitato dal socio; entrò un subumano a chiedergli se gli andava di fare un giro per andare a bere qualcosa in uno degli squallidi locali che amavano frequentare.
Rispose con una frase al vetriolo:
«Lo so che me lo chiedete solo perché vi serve una macchina».
Bastò quell’affermazione per far desistere il messaggero.
La gentil consorte del socio apprezzò quella sua uscita e cominciò a sparare merda sui subumani e quelle quattro fighe di gomma che roteavano intorno a loro. Si era presa la scena.
Ordinarono altri due amari e un imbevibile liquore al cocco per lei.
Quando si stufò del suo blaterare, si assentò per andare in bagno a girarsi un giunto d’erba, prese l’ennesimo Montenegro e uscì a berselo sul marciapiede, alternandolo a boccate di ganja. Rientrò per unirsi di nuovo ai piccioncini e – mentre stavano per ordinare un altro giro – la porta si aprì e un raggio di sole inondò il bar.
Era lei, il suo desiderio proibito, che, splendida come sempre, era improvvisamente apparsa.
Lui la adorava da anni, ma non aveva mai trovato il coraggio di dirglielo; lei lo sapeva, e se ne approfittava quando aveva bisogno.
Si unì al gruppo, creando alla vista degli altri l’immagine idilliaca di due giovani coppie affiatate.
Due Montenegro e due Batida de Coco comparvero sul tavolino, mentre il socio lanciava l’idea di andare a ballare in una discoteca fuori città che i due compari apprezzavano particolarmente.
Le tipe annuirono.
Partirono sbagliando le accoppiate in macchina: i due maschietti davanti, le femminucce sui sedili posteriori.
Lui sperava di combinare qualcosa, quella sera: era deciso a portarsi a casa almeno un limone.
Fece il bravo, limitò al massimo gli assalti al bancone e rifiutò la proposta di uscire a farsi una canna con dei tipi che conosceva.
Si erano seduti in un angolo non troppo nascosto, da cui vedevano ogni movimento sulla pista da ballo che, a intervalli quasi regolari, andavano a visitare.
Fu una bella serata, si divertì anche. Oddio, rispetto alle previsioni di un paio d’ore prima, ci sarebbe voluto poco per farlo.
Arrivò il momento di rientrare. Salirono in macchina, risbagliando le accoppiate come all’andata.
Veloce pausa siga davanti al bar e poi i piccioncini andarono a tubare nel parcheggio di qualche zona industriale, mente per lui era arrivato il momento della verità.
Sapeva che lei non era in macchina e avrebbe dovuto accompagnarla a casa. Cosa che avvenne.
Fece un giro lungo per trovare il coraggio di passare all’azione, covando dentro di sé la speranza che fosse lei a prendere l’iniziativa.
Arrivarono davanti a casa di lei, senza che nulla fosse successo.
Ora o mai più, si disse.
«Domani pomeriggio ti va di andare a fare un giro in centro? Poi magari ci mangiamo anche una pizza».
«Mi dispiace, domani esco con le mie amiche, sai, al sabato si vedono con i morosi».
Scese augurandogli la buonanotte, negandogli il bacio della stessa. Che lui ovviamente non provò nemmeno a chiedere, ma neanche a dare.
Restò lì in macchina fino a quando non vide accendersi le luci dell’appartamento al secondo piano dove lei viveva.
Partì triste verso casa, facendo un giro ancora più lungo.
Mise la macchina in garage, si rollò una canna e, mentre la fumava, pensò all’ennesima sabato sera di merda.
Salì in casa, cercando di limitare al massimo i rumori per non svegliare i suoi.
Ma sua madre – come sempre – era sveglia sul divano ad aspettarlo; gli andò incontro, gli diede il bacio della buonanotte e andò a letto.
Lui tirò mattina guardando un vecchio film anni Settanta su un canale privato, placando la fame chimica con un intero pacchetto di biscotti.
Andò a letto e, prima di addormentarsi, pensò a quella famosa attrice che aveva appena visto farsi la doccia e decise che avrebbe fatto l’amore con lei.

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Grego

Nato a Cremona.
Ascolta musica che produce rumore e genera emozioni.
Tifa Cremonese.

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di Grego
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Grego

Nato a Cremona.
Ascolta musica che produce rumore e genera emozioni.
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