La pubblicazione collettiva di Cremonapalloza

Rachmaninov al secondo piano

R

Primo piano: Catelli
Secondo piano: Favini-Gaetano
Terzo piano: Delmolino
Quarto piano: Nardi

8:00
Balconi esterni sul retro del caseggiato Ghisleri, terza palazzina, scala B. Una colonna di piattaforme scrostate e impilate una sopra l’altra. Unici segnali di vita, il verde dei gerani alla ringhiera della vedova e il rumore della ventola del condizionatore al sesto piano, i signori Barignano. Anche le gocce di condensa, che dai tubi di scarico di quel mostro anteguerra scivolano sotto, sul balcone del quinto, emettono un tonfo che rimbomba. Un’eco rivelatrice.
Il cielo su Cremona è un manto luminoso e privo di nubi e Favini è all’aria aperta, al secondo piano. È la prima sigaretta della giornata. È in pigiama ed espadrillas, ancora mezzo assonnato. Si sente giù di corda, da giorni insegue un’ispirazione che non trova, il contratto con la Sa.Ma. lo mette con le spalle al muro, ma non sta cavando un ragno dal buco.
«Mettiti la mascherina», lo sgrida Gaetano, dalla cucina.
«Dai. Son qui da solo».
«Mettila. E quando rientri ti lavi le mani».
«Ma non lo tocco, il balcone».
«Ti metti la mascherina e dopo ti lavi le mani».
Favini sbuffa e appoggia la sigaretta sulla ringhiera. Rientra, indossa la mascherina. Esce di nuovo, pensa che per fumare dovrà indossare e togliere la mascherina. Scrolla le braccia nervoso e grugnisce, rinuncia. Spegne la sigaretta sulla ringhiera, là dove sta perdendo la vernice. Si appoggia al balcone.
Guarda la città. I comignoli di pietra sui tetti vecchi del centro sono ciminiere di nave, soffiano fuori il fumo bianco di camini accesi nelle profondità dei palazzi storici. Sbuffa di nuovo pure lui, prova a imitarli. Dalla bocca non esce nulla.
«Delmolino!», grida una voce dal basso. Interrompe la quiete del mattino.
Favini si sporge appena e spia giù. È Catelli, primo piano, sotto di lui. Sta dando acqua con un bicchiere a primule dai colori sbiaditi.
«Ci sono…», risponde Delmolino dal terzo piano. «Ci sono, eccomi».
Favini sbircia su, cauto. Vede una mano rugosa poggiata alla ringhiera, una fede nuziale di quelle vecchie, color oro. Un filo di fumo si allarga e si spande verso il basso. Lo annusa. Storce il naso.
«Accidenti, Delmolino», lamenta Catelli da sotto. «Ma cosa fuma? Il catrame?».
«MS senza filtro».
«Che schifo. Lo sento fin da qui. Sua moglie?».
«Eh… ’somma… È là. Combatte».
«Me la saluti, eh».
«Senz’altro, grazie. Appena vado a trovarla, stasera».
«Comunque, Delmolino…».
«Dica, dica…».
«Ho finito Episodio III – La vendetta dei Sith col piccolo. Chiusa la saga».
«Ah che bravo. Dunque?».
«Mah. Cosa vuole che le dica? A lui è piaciuto, ma io salvo solo i tre minuti finali con la genesi di Darth Vader».
Delmolino emette un sibilo di delusione.
«Giudizio sconsolante, direi».
«Eh sì. Nota di demerito speciale per la scena del duello nella lava tra Anakin e Obi-Wan. Terribile».
«Che odore di fumo schifoso!», fa la voce ovattata di Gaetano da dentro. Favini, come colto in fallo, balzella silenzioso alla portafinestra con passo di giaguaro e gli intima stizzito, a gesti, di fare silenzio. Socchiude il vetro e torna alla ringhiera.
«Dissento, Catelli», contesta Delmolino. «Alla prima visione anch’io ero perplesso. Ma Palpatine e Grievous sono personaggi di spessore».
«La Portman, è di spessore. Nel senso che…».
«Immagino a quale senso stia alludendo, Catelli. Sono d’accordo con lei».
«Sì, ma non basta a salvare la baracca».
«Molto dipende da che voto dà alla vecchia trilogia. Per me ad esempio Episodio III è il migliore dei sei».
«Per me ha ragione Catelli!», sentenzia una voce nuova, ancora più in su.
Favini guarda in alto. Prova a sporgersi un po’ di più ma scorge Delmolino in mezzo e si rifugia di nuovo al sicuro.
«Chi è che ha parlato?», chiede curioso Catelli dal primo.
«Sono Nardi! Quarto piano. Salve».
«Ma lei non abitava sotto di me, al secondo?», chiede Delmolino.
Favini si stringe sotto al balcone, come scoperto.
«Da sempre al quarto», dice Nardi.
«Si descriva un po’…».
«Calvo», elenca Nardi. «Robusto. Operaio».
«Ah sì. Ho presente».
«Lei?».
«Occhiali», fa Delmolino. «E vecchio».
«Eh ma non si butti giù così».
«No no, guardi. È la verità».
«Io moro», aggiunge Catelli da sotto. «Disoccupato. E faccio kendo».
«Kendo?», chiede Delmolino. «Cos’è, tipo la fisioterapia?».
«Tipo, sì», ride Catelli. «Però a legnate».
«Bella questa situazione, raga», fa Nardi. «Sembra di essere a Il gioco dei 9».
«Raga?», ironizza Gaetano attraverso il vetro, ma Favini lo zittisce col dito davanti alle labbra.
«Non fa strano non essersi mai parlati prima?», chiede Delmolino.
«No», risponde Nardi. «È normale. È un condominio, mica C’è posta per te».
«Se lo dice lei. Diceva lei, di Star Wars?».
«Che la vecchia trilogia sono capolavori. Trama avvincente e attori da 10. Harrison Ford top. Palpatine, invece… Ma che nome è?».
«Per me Lucas si è bevuto il cervello con la seconda trilogia», dice Catelli.
«Che poi è la prima», fa Delmolino.
«Visto?», si rincuora Nardi. «Non ci si capisce un cazzo».
«E la scena finale nella lava?», insiste Catelli. «Cosa ne dice lei, Nardi?».
«Orrenda. Dove l’han girata, nell’Etna? Sembra Un posto al sole».
«Un posto al sole è Napoli», fa sarcastico Delmolino. «Sarebbe il Vesuvio».
«Che precisètti, Delmolino. Lei è professore, ci scommetto».
«Storico antropologo».
«Ecco. Studia la storia. Proprio utile».
«Studio le civiltà scomparse. Insegno».
«Studierà presto la scomparsa della nostra», butta lì Catelli. «Dopo il Covid…».
«Delmolino», implora Nardi, «faccia come me, si tocchi il pacco, per cortesia».
Favini si toglie la mascherina, sorride. Riaccende la Marlboro Light.
«Sento odore di Marlboro Light», fa Delmolino. «È lei, Nardi?».
Favini rispegne subito la sigaretta. Tossisce in silenzio, dentro la maglietta. Gaetano da dentro scuote il capo e se ne torna in cucina.
«Io non fumo, Delmolino. Lei però è peggio di un cane da tartufi, sa?».
«Comunque… Al di là del tempo in cui la nuova trilogia è stata realizzata, che non è così importante, trovo che il primo trittico fosse di un noioso sconsolante».
«Lei ha un’altra età, Delmolino. Chi è che dice trittico, oggi? Dovrebbe tornare a guardare La casa nella prateria».
A Favini scappa un «Ah!», di compiacimento per la battuta di Nardi. Si tappa subito la bocca.
«Chi è che ha riso?», indaga Nardi.
«Io no», risponde Catelli da sotto. Si sporgono tutti dalle ringhiere.
Favini ottura la bocca con tutto il braccio. Fa per rientrare alla chetichella.
«Forse sono i ragazzi sotto di lei, Delmolino», suggerisce Nardi. «Al secondo».
«L’idraulico?», chiede Catelli.
«No», fa Delmolino, spingendosi bene in fuori e cercando di sbirciare. «Uno è compositore, mi sa. Vedo la punta di un’espadrilla! È lei, Favini?».
Favini sfila silenzioso il piede dall’espadrilla, la lascia lì, immota. Si addossa al muro.
«Un’espadrilla inerte», chiude Delmolino sconsolato, togliendosi dal vuoto. «Comunque… Mi piacerebbe provare a rivedere tutto nella sequenza corretta, da Episodio I a Episodio VI. Si potrebbe organizzare una maratona condominiale in conference call quando torno dalla visita a mia moglie stasera…».
Nessuna risposta. Rumore di passi frettolosi. Portefinestre che si chiudono.
«Ohi».
Silenzio.
«Ci siete?».
Silenzio.
«…Maleducati», sussurra tra sé, e butta il mozzicone nel vuoto, verso il cortile da basso.
La parabola fa sbattere la cicca sulla ringhiera di Favini, la cenere gli si sparge sul balcone. Rinfila l’espadrilla, con la suola spatola la cenere di sotto. Rientra, più incerto di prima. Gaetano gli punta il dito a pistola.
«Mascherina e disinfettante, grazie».

12:00
L’interno del frigorifero non è mai stato così liscio e luminoso.
«Tutto così vuoto».
«Per forza, caro», sottolinea Gaetano. «Lo hai svuotato. Dunque è vuoto».
«Come se tu fossi stato coinvolto».
«Abbiamo fatto spesa per un mese, ti ricordo. Giusto ieri. E oggi ho dovuto passare un’ora a riordinare sul tavolo tutto quel che avevi gettato a terra».
«Avevo fretta».
Gaetano emette un sospiro di sufficienza. È affacciato a una finestra, guarda giù. Assume un tono sarcastico.
«Sì, fretta è una tua caratteristica in molte cose, ultimamente».
«Oh, senti. Non mettermi in croce. È un periodo così».
«Guardali, guardali, le formichine», Gaetano si agita. «Non lo tengono il metro, guardali, tutti appiccicati. Abbiamo fatto bene noi a farla giovedì…».
«Qui c’è l’eco».
«Hai la testa nel frigo».
«Percepisco dell’ironia».
«No scusa, hai ragione, manca un pezzo. Hai la testa nel frigo da due ore».
«Le idee arrivano dove meno te l’aspetti».
«Le idee arrivano quando meno te l’aspetti, si dice».
«Nel mio caso è dove, dato che sto nel frigo».
«Ma è anche quando, dato che ci stai da due ore».
«Scommetto che a Rachmaninov nessuno ha mai fatto questi commenti».
«Credi che Rachmaninov l’abbia mai trovata nel frigo, l’idea?».
«Rachmaninov non ce l’aveva, il frigo. Aveva la ghiacciaia. Ed era di Novgorod, il freddo lo conosceva bene».
Gaetano non lo ascolta. Arpiona il davanzale con entrambe le mani.
«Guardali, guardali. Brutti piccoli escrementi dell’umanità. Due carrelli a testa. Niente mascherina eh, però due carrelli sì».
«Togliti da quella finestra. Ti prenderanno per un vecchio guardone».
«Ma io sono un vecchio guardone. Uh! Guarda quella! Sta allattando!».
«Sto cercando di cambiare le nostre esistenze, per Dio! Potresti sostenere i miei sforzi creativi?».
La moka sbuffa. Gaetano si sposta al fornello e spegne. Versa il caffè in due tazzine.
«Sta allattando, ti dico…», abbassa il tono. «Razza di insensibile carognetta. In piedi, appoggiata al carrello, senza mascherina e senza guanti. Carognetta».
«Sette giorni di questo strazio», lamenta Favini.
«Parli di me?».
«E altri sette davanti».
«Lo dici come se stare chiuso qui dentro con me due settimane ti fosse di peso. Pensa a me che son due ore che parlo con le tue natiche».
«La smetti?».
«Caffè per il signore!», smorza Gaetano, posando la seconda tazzina sullo spigolo del tavolo, accanto al frigo. «“Grazie eh, Gae…”. “Prego Ezio, prego…”».
Favini prova a tentoni a recuperare la tazzina senza togliere la testa dal frigo. Sforza la voce, quasi un rantolo.
«Rachmaninov… In due settimane scrisse l’Aleko per l’esame del Conservatorio di Mosca. Io non riesco a scrivere quattro accordi sul tonno sottolio».
«“Prego, prego Eziuccio mio, figurati…”», sussurra Gaetano.
«Grazie, Gaetano!», esclama Favini ironico sollevando la tazzina e poi bevendola dentro al frigo, di traverso.
Gaetano riempie un innaffiatoio piccolino al lavello. Simula cordialità.
«Di nulla. Sono qui solo per questo. Sono al servizio dell’arte».
«Pa-pa-pa-pàaa…», accenna Favini basso, tra sé.
Gaetano innaffia una piantina sul davanzale. Cadono delle gocce, lui si sporge con espressione allarmata, poi si sente un «Ma che cazzo!» provenire da sotto.
Gaetano si ritrae, colpevole.
«Credo di aver lavato Catelli», ammette.
Guarda di nuovo giù, non vede Catelli ma vede le formichine in coda.
«Mi domando che vita facciano quelle persone laggiù».
«Zitto! Sento qualcosa…».
«È il ronzio elettrico del frigo».
«No, sento che ci siamo. Una sensazione…».
«Si chiama puzza. È il persico del Baltico. È sul tavolo da un’ora».
«No… Una struttura… Una linea melodica…».
«Sì. Nel frigo», ironizza Gaetano.
«Nella testa. Sentila, sentila… Pa-pa… Pa-pa…».
«Ah, davvero notevole. È fatta. Tonno sottolio milionario. Siamo ricchi».
«…Pa-pa-pa-paaaaa-pàaaaaPapapapàaaaa-pa…».
«È la colonna sonora di Star Wars».
«Non dire sciocchezze».
«I disagiati ti hanno suggestionato, stamattina sui balconi».
«Anche Rachmaninov avrà avuto le sue suggestioni».
«Lui era un genio, caro. Tu hai la testa nel frigo. A proposito, ma la moglie del signore del piano di sopra?».
«Delmolino? L’ho sentito dire che tiene duro. Ancora in ospedale, però».
«Povera. Se penso che una settimana fa mi ha tirato giù una molletta perché cantavo Rosso Relativo di Tiziano».
«Te l’avrei tirata pure io».
«Tu eri nudo, avvolto nel tappeto del salotto a cercare ispirazione, caro. Guardali, guardali», Gaetano fissa la strada sporgendosi. «Si scavalcano. Mi sa proprio che l’ho innaffiato, Catelli, prima. Ops».
«Ci vuole un titolo».
Gaetano saluta con espressione colpevole qualcuno sotto. Sventaglia la mano.
«Sono stato io, Catelli! Le chiedo scusa! …Che figura di merda».
Favini riposiziona la testa nel frigorifero, voltandosi. Riflette.
«Si chiamerà… Sinfonia del persico baltico…».
«No, bello. Dico davvero. Un gran titolo».
«No, ’spetta, è vero, è tonno… persico-tonno… Però è solo un jingle… Piccola sinfonia, dunque… Piccola sinfonia del persico-tonno baltico… Pa-pa-pa-pàaaaa-pàaaaa…».
«Signore, aiutaci…».

16:00
La porta d’ingresso si chiude, Gaetano si toglie i Crocs color verde militare. È mascherinato, posa borsine piene di detersivi per terra. È scocciato.
«Ezio…».
Infila le ciabatte da casa, prende con due dita i Crocs e li ripone in una borsa, la sistema in un angolo. La felpa la posa su una sedia nello stesso angolo.
«Eziooo… Sono rientrato. Mai più, eh».
Recupera un disinfettante e lo spruzza abbondantemente sopra la felpa e dentro la borsa delle scarpe. Disinfetta anche la maniglia della porta.
«Ho preso le ffp2, del disinfettante gel, sapone da schiuma, babbucce di plastica da interno, guanti, retina per capelli…».
Posa le borsine per terra in cucina, resta un attimo incerto, poi, in un impeto di cautela, disinfetta anche quelle.
«Ma sai che giù con me ad aspettare il rider c’erano due della nostra palazzina che non ho mai visto né sentito nominare? Un tedesco che fa il liutaio e una mezza zingara. Una giostraia del luna park di giugno, mi han detto».
Al lavello della cucina si lava le mani in modo meticoloso, quasi maniacale. Sopra i polsi la pelle è leggermente brasa, come scorticata. Gli dispiace vedere quelle ferite, gli dà il senso di ciò che sta accadendo. Lo tiene costantemente all’erta.
«Che poi mi chiedo: ma cosa fa una giostraia di giugno gli altri mesi dell’anno? Sarà sempre in giro, ecco perché non l’abbiamo mai vista».
Ripone la mascherina dentro un contenitore in cui ha versato un dito di alcool, richiude ermeticamente il coperchio tenendola sollevata dentro. Preme e sigilla con uno sforzo.
«Il liutaio invece si chiama Heinrich. È di Brema. È venuto qui per imparare a fare barche, poi si è innamorato. Poi l’amore è finito e si è buttato sui violini. Non è pazzesco?».
Butta un occhio in corridoio. Buio e silenzio.
«Ezio, ci sei?».
Che domanda deficiente, pensa. Dove vuoi che sia?, e rientra in cucina.
Sistema i prodotti al loro posto, mette ordine.
«Questa è l’ultima volta che scendo io, eh. Va bene il lavoro – tsè… lavoro… –, va bene che non ti si può quasi parlare insieme, va bene il maledetto tonno-persico del Baltico, ma lo sai che mi viene desiderio di suicidio solo a uscire sul pianerottolo, figurati ad aspettare il rider cingalese giù in strada».
Posa l’Amuchina, porge l’orecchio alle altre stanze.
«Ezio?».
Si sposta nel corridoio, in spalla ha ancora il panno asciugamani.
«Ezio, dove sei?».
Apre il bagno, vuoto. Va alla zona notte.
«Cos’è, un nuovo gioco? Facciamo infartuare il povero Gae?».
Entra in camera da letto, accende la luce. Urla.
I vestiti sono ammucchiati sul letto. I cappotti invernali gettati a terra.
«Ladri!», grida.
«Scemo», dice la voce ovattata di Favini, da qualche parte. «Mi serviva spazio».
Gaetano si mette la mano sul cuore e alza gli occhi al soffitto. Favini è stipato dentro il mobile armadio, incastrato in qualche modo. Ha una gamba in alto e una in basso, un’espressione concentrata.
Gaetano sbotta.
«Stavolta riordini tu! Sono stanco di questa cosa, sta diventando una malattia!».
Favini si muove male nell’armadio, cerca una posizione più comoda.
«Non è che mi apriresti il cassetto dei calzini?».
Gaetano, imprecando, apre un cassetto sotto, in basso. Favini ci infila un piede.
«Ezio… Cerco di dirtelo con calma… Vuoi tornare nella realtà?».
«Ci sono quasi, ho tutto in testa. Questo profumo di legno mi serviva, questa solitudine immersiva…».
«Ezio», Gaetano si sforza di mantenere il tono basso. «Siamo in due in cinquanta metri quadri, io sono senza lavoro, tu non cavi un ragno dal buco, da una settimana praticamente parlo da solo e la sera guardo Don Matteo 12 come una vecchia zitella. Quando ti degnerai di tornare presente, ecco… Fammi un fischio».
Detto questo, deglutendo con eleganza, con passo marziale, se ne torna in cucina. Favini è rimasto concentrato e distaccato.
«Piccola sinfonia del tonno-persico baltico legnoso… C’è tutto, dentro: l’odore del pesce, il respiro dell’oceano, l’eco del legno, i ricordi dell’albero di noce che ha generato questo armadio meraviglioso…».
«È un mobile impiallacciato!», si sente dalla cucina. «Era di tua madre, non è di noce! Non ne ha di ricordi!».
Favini è imperturbabile.
«…Pa-pa-pa-pàaaaa-pàaaaaaa!», solfeggia.

21:00
Si è coricato vestito nella vasca da bagno vuota. Steso, immaginando di stare immerso in una massa di acqua saponata. Con i polpastrelli quasi scarnificati dall’abuso di disinfettante, sfiora il liscio della maiolica.
Ha un’espressione vacua, tesa. Sente il filo dell’intuizione lì sul bordo della mente, pronto a cadergli dentro i pensieri. L’intuizione, per lui, è un ciclista che corre sul limitare di una diga circolare, e la creatività è un tunnel scuro. Una galleria montana priva di illuminazione a soffitto.
Improvvisamente, dentro quel tunnel freddo, ecco delinearsi una lama di luce. È sottile, è piccola e punta in basso, ma finalmente mostra la strada. Favini ne è certo: il ciclista è scivolato giù lungo la diga e ha imboccato il tunnel. L’esclamazione di stupore gli esce spontanea, ma, all’improvviso, zut!
Tutto si spegne. Buio.
«Checcazz…», Favini si tira su. «Gaeee!».
«Sì», risponde Gaetano dal salotto. «È saltata anche qui. Non saprò mai chi è il parente misterioso…».
«Puoi scendere a tirare su il salvavita?».
«Nemmeno se mi paghi», risponde acido. «Ah già, per pagarmi dovresti prima musicare un tonno in scatola. Hai voglia».
«Grazie per la fiducia. Dai, te lo chiedo per favore!».
Gaetano attiva la torcia del cellulare. Si mascherina e apre la porta.
«Qui è tutto un fai questo e fai quello…», borbotta.
La luce sul pianerottolo non si accende.
«Credo che il problema sia del palazzo!», grida.
«Sì, è vero», concorda Favini. «Sento le voci».
«Ussignùur», Gaetano alza gli occhi al cielo, rientrando. «Sente le voci. È andato del tutto».
Favini si mette carponi nella vasca e si sporge verso il bidet, in ascolto. La luce del cellulare di Gaetano, come la spada laser di un Jedi, preannuncia il suo arrivo dal corridoio buio.
«Forse se accendiamo due candele salviamo quel briciolo di romanticismo che mi è rimasto dopo aver vissuto con te», ironizza.
«Zitto… Ascolta…».
«Il bidet?», lo guarda allarmato. «Devo ascoltare il bidet?».
Favini agita le mani nell’aria e storce la bocca, gli fa segno di fare silenzio. Si sente vociare confuso. Gaetano si fa attento.
«Che cos’è?».
«Il condominio», realizza Favini stupito. «Attraverso le tubature…».
Restano in ascolto. Si sentono voci, diverse, accavallate e basse.
«Da vecchio guardone a vecchio origliatore. Che brutta persona sono».
Favini fa segno di aspettare. Sta per parlare nel bidet.
«No, fermo. Che fai?».
«Ehilà!», urla Favini nel buco.
Nel bidet, lo stesso ronzio di fondo di poco prima.
«Se lo racconto a mia madre mi dice di tornare a casa da lei, sappilo».
«Ehilà!», alza la voce Favini.
Nel bidet si fa silenzio. Favini guarda Gaetano, in attesa.
«Ué, chi è là?», chiede una voce di donna dall’accento meridionale.
«È Caterina, la giostraia…», la riconosce Gaetano.
«Sono Favini!», grida nel buco.
«Wer?», fa una voce maschile teutonica.
«È Favini, Heinrich», spiega la voce di Nardi. «Secondo piano. Il compositore effeminato».
«Non sono effeminato!», stizzisce Favini.
«Be’», ridacchia Gaetano. «Maschio maschio non sei, caro», ed esce dal bagno.
Favini resta al buio.
«Favini!», grida una voce più giovane. «Anche lei nelle tenebre?».
«Sì. Sarà un black out. È lei, Catelli?».
«Sì, salve. Come va la composizione? È riuscito?».
«Credo di esserci, sì».
«Was komponieren Sie?», chiede il teutonico.
«Come?».
«Sta chiedenn’ cche staje componenn’», traduce la giostraia.
«Non ho capito, sa».
«Dice Caterina», fa Nardi, «che Heinrich ha chiesto cosa sta componendo».
«Cioè… Heinrich capisce l’italiano ma non lo parla?».
«È crucco, Favini», minimizza Nardi. «Son gente strana».
«Allor’?», insiste la giostraia. «Cche staje componenn’?».
«La musica di uno spot per il tonno sottolio».
«Oh mamma», interviene Nardi. «Ma nessuno lavora, in questo palazzo?».
Gaetano rientra con due cellulari e tre candele accesi. Il bagno assume l’aria di una discoteca.
«Aber wie finden Sie Inspiration, Herr Favini?», mastica Heinrich.
«Che dice?».
«Vo’ sape’ addo’ truov’ l’ispirazione», fa la giostraia.
Gaetano si sporge lesto sul bidet.
«Si infila nei mobili di casa!».
Favini lo spinge via.
«E da quand’è che tu capisci il napoletano?», lo rimbrotta.
«Da quando per colpa del tuo tonno mi son guardato da solo tutte le serie di Gomorra!», risponde secco e deciso Gaetano.
«Ci faccia sentire cos’ha prodotto, Favini». chiede Catelli.
«Nel bidet?».
«Sì be’, io sto parlando nel water».
«Avanti Favini», insiste Nardi. «Non sia timido. Voi effeminati non lo siete».
«Non sono effeminato».
«Su dai. Ci faccia sentire. Si esibisca».
«D’accordo…», accetta, e si schiarisce la voce.
«Oh mamma», esclama basso Gaetano, imbarazzato.
«…Pa-pa-pa… Paaaa… PàaaaaPapapapàaaaa-pàaa…».
«Ma è Star Wars», lo interrompe Catelli.
Gaetano fa un gesto, come dire te l’avevo detto.
«Non è Star Wars! Ha una linea di bassi più ampia e un coro di fiati frizzante!».
«Si rassegni, Favini», chiosa Nardi. «È Star Wars».
«Nuje nun ’a mettess’m’ nemmen’ cu’ nu cavice ’n culo, ’na cosa accussì brutt’», sentenzia la giostraia.
«Che ha detto?».
«Meglio che non lo sai», smorza Gaetano.
«E il titolo?», chiede Catelli. «Ce l’ha un titolo?».
«Sono indeciso».
«Spari».
«Ecco…», fa titubante, «prima pensavo Piccola sinfonia del tonno-persico baltico legnoso… Poi, dopo aver passato due ore in frigo, due nell’armadio e due nella vasca, ho pensato a: Vuoto abissale».
Silenzio nelle tubature.
«Was zum Teufel hat Abgrundtiefes Vakuum mit Thunfisch in Öl zu tun?», pare domandare il teutonico.
«Come?».
«Heinrich sta chiedenn’ che cazz’ c’entr’ Vuot’ abissal’ co’ tunn’ ind’a scatulett’».
«In effetti», concorda Gaetano.
«Che cosa?».
«Dice Caterina che Heinrich chiede cosa cazzo c’entra Vuoto abissale col tonno in scatola. Non ha tutti i torti».
«Ma tu da che parte stai?», si difende Favini.
«Tutta la vita Piccola sinfonia del tonno-persico baltico legnoso», dice Nardi.
«Concordo», fa Catelli.
«P’ forz’», aggiunge la giostraia.
«È fatta, Favini. La sua rivisitazione di Star Wars si chiamerà così».
«Non è Star Wars».
«Comunque è bello ascoltarvi parlare nei tubi», dice Gaetano nel bidet. «Sembrate dei deficienti».
«Sì, è bello», dice Nardi. «E tutto grazie al black out. Dovremmo rifarlo».
«Ci sto», fa Catelli. «Domani sera alle 21:00?».
«Okay ore 21:00», si entusiasma Favini. «Ma Delmolino? Mi interessa il suo parere sul jingle. È tornato dall’ospedale?».
«Delmolino ist nicht zurück», dice Heinrich, ma il tono ora è cambiato. «Seine arme Frau ist heute Nachmittag verstorben».
Favini non ha capito ma il silenzio che segue nei tubi lo raggela.
«Non ho capito», dice.
Il silenzio rimane ancora un istante. Poi la donna traduce.
«Chella puvurella d’a muglier’ d’o signor Delmolino è venuta a manca’ ogg’».
Nessuno aggiunge nulla. Solo qualche borbottio di incredulità, lungo i tubi del palazzo. La vita esterna è riuscita a trovare un pertugio per affacciarsi nel caseggiato. Un’intrusione. Un’invasione.
Favini e Gaetano si guardano, poi Gaetano si accuccia accanto alla vasca e lo abbraccia.
«D’accordo…», rompe serio il silenzio Catelli. «Ci sentiamo domani sera, comunque?».
«Va bene», risponde altrettanto serio Nardi. «Buona serata a tutti».
«Buona serata».
«A domani».
«Guten Abend».
«Anche a lei, Heinrich».

Firma

Andrea Cisi
Andrea Cisi

Andrea Cisi (Cremona, 1972) ha pubblicato, oltre a testi contenuti in varie antologie, i romanzi Così, come viene (Transeuropa, 2000), Aye. Are You Experienced? (Bevivino/Convegno, 2003), Cronache dalla Ditta (Mondadori, 2008), Meterra. Il destino in una biglia (Mondadori, 2011) e La piena (minimum fax, 2016). Suoi racconti sono pubblicati su Cremonapalloza sin dagli albori del sito, nel 2002.

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Andrea Cisi

Andrea Cisi (Cremona, 1972) ha pubblicato, oltre a testi contenuti in varie antologie, i romanzi Così, come viene (Transeuropa, 2000), Aye. Are You Experienced? (Bevivino/Convegno, 2003), Cronache dalla Ditta (Mondadori, 2008), Meterra. Il destino in una biglia (Mondadori, 2011) e La piena (minimum fax, 2016). Suoi racconti sono pubblicati su Cremonapalloza sin dagli albori del sito, nel 2002.

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