La pubblicazione collettiva di Cremonapalloza

Finalmente

F

La mattina di domenica 20 dicembre 1981 si palesò davanti a me con un raggio di sole che filtrava tra le ante. Era un bel periodo per me.
Facevo la quinta elementare con un profitto tale da rendermi immune da rimproveri genitoriali, le vacanze natalizie erano dietro l’angolo e avevo passato il pomeriggio di sabato a giocare a pallone con gli amici e la sera in compagnia dei miei, alla tombola che il bar sotto casa organizzava nei mesi invernali.
Quando le aprii mi trovai davanti una distesa di tetti ricoperti di brina. Faceva un freddo pazzesco ma questo non mi avrebbe impedito di attuare il mio piano, convincere mio padre ad autorizzarmi a chiamare lo zio per chiedergli se mi portava allo stadio.
Tutto questo perché mio padre non va allo stadio e le partite le guarda alla tele quando la Rai le trasmette, e lo fa tuttora perché non ha mai voluto abbonarsi a nessuna pay tv.
Era circa un anno che ci provavo, tutte le volte che la Cremo giocava allo Zini, e tutte le volte la risposta era negativa.
A volte, con la scusa di un impegno che avevamo nel pomeriggio.
A volte era no, no e basta.
Tutti questi no mi davano fastidio, non li meritavo. Già dovevo subire l’onta dei racconti dei miei compagni di classe che ci andavano e in più, abitando a qualche decina di metri in linea d’aria dallo stadio, dovevo sorbirmi lo strazio del vedere la gente andarci e sentirla anche urlare.
La prima cosa che feci fu andare da mio padre e salutarlo con l’ormai classica frase.
«Posso chiamare lo zio Santo e chiedergli se mi porta con lui a vedere la Cremo?».
Ma quella mattina il babbo mi spiazzò.
«Sei sicuro che ci va oggi?».
Cazzo, anche se a dieci anni quella parola non dovresti né dirla né pensarla, certo che ci va, ha l’abbonamento, pensai, e nel mentre fui autorizzato a sollevare quella benedetta cornetta.
Rispose la zia che me lo passò e lui mi rispose che ci andava e che sarebbe venuto a prendermi alle due.
Vai!
Come un fulmine mi vestii e corsi fuori diretto a un bar di via Dante, sede di un club grigiorosso che vendeva i biglietti in prevendita fino a mezzogiorno.
Tornai a casa eccitatissimo e passai il resto della mattina saltellando per casa in attesa del suono del citofono.
Finalmente stavo per varcare quel cancello arrugginito di via Persico, c’era parecchia gente in coda ma non esistevano tutte le menate di adesso: mostravi il biglietto ed entravi. Venivano perquisiti soltanto i ragazzotti: i tifosi “normali”, i ragazzini e le donne erano esentati dal palpeggiamento.
Prendemmo posto sugli spalti e nell’attesa mi mangiai con gli occhi tutto quello che vedevo.
Ammiravo ogni angolo di quel magico luogo che avevo già visto, ma mai in occasione di una partita.
I teloni usati per preservare il prato dal gelo e dalle intemperie, i giocatori che si scaldavano, la gente che entrava nei vari settori, leggevo gli striscioni appesi alle inferriate e ascoltavo la musica che accompagnava gli slogan pubblicitari.
Poi, finalmente, mentre lo speaker annunciava le formazioni, loro apparvero dal tunnel che dagli spogliatoi conduceva al campo di gioco.
Noi eravamo in un angolo della curva, verso i distinti, e da lì potevo ammirare lo spettacolo per me inedito degli ultras. Finalmente potevo vederli: fino ad allora, li avevo solo sentiti da casa. Tutti in piedi, cantavano battendo le mani, mentre il resto dello stadio si limitava ad applaudire i ventidue schierati a centrocampo.
Il fischio d’inizio di Cremonese-Pistoiese mi procurò un trauma: era la prima volta che vedevo una partita dal vivo e, abituato com’ero a vederle in tv, pensavo che anche allo stadio ci fosse il cronista.
Giuro che ero convinto che la voce del signore che faceva la radiocronaca per Radio Cremona venisse diffusa per consentire agli spettatori di seguire meglio la partita.
Era praticamente impossibile ricordarsi a memoria tutti i nomi e i numeri dei giocatori in campo, fu un vero trauma.
Guardavo la partita e gli ultras, ascoltando i commenti degli spettatori che mi circondavano.
Della partita ricordo poco, non ricordo ad esempio come fu il gol della Pistoiese.
Venni a sapere che Torresani, il realizzatore, era di Cremona, quando un amico dello zio esclamò:
«Quel canchero lì di Cremona non si vergogna di averci fatto gol!».
La frase fu declamata in dialetto, ma lo so parlare e non scrivere e, per evitare di sbagliarmi, l’ho scritta in italiano, a beneficio dei non cremonesi. Vi assicuro che in dialetto rende meglio l’idea dell’incazzatura.
Ma mi ricordo il nostro, di gol, segnato dopo una decina di minuti dal vantaggio arancione: l’arbitro fischiò una punizione per noi e sempre l’amico di mio zio e sempre in dialetto disse:
«Ci pensa Müdanda».
Müdanda. Chi è Müdanda? E perché dovrebbe pensarci lui?
Mentre pensavo a queste cose, Giancarlo Finardi fece partire un sinistraccio che si insaccò regalandoci il pareggio.
Ecco chi è Müdanda, è Giancarlo Finardi, così chiamato per il suo modo di portare i pantaloncini.
La partita finì 1-1: avrei preferito una vittoria ma esordire con una sconfitta sarebbe stato tremendo.
Me ne tornai a casa entusiasta: finalmente, il giorno dopo, anch’io nell’intervallo avrei potuto parlare della partita che avevo visto e di cui conoscevo non più solo il risultato, come al solito, ed ero anche riuscito a infrangere il tabù calcistico di casa Gregori.
Quel cancello, da allora, l’ho varcato infinite volte, nei primi due anni con lo zio, poi con i soci e, parafrasando una frase storica del film Febbre a 90°, non ho mai superato quella fase.
Chiudo con un’osservazione che mi è venuta in mente mentre scrivo dopo quasi quarant’anni: non solo tifo per una squadra i cui colori sono indossati solo da lei, ma la prima volta che l’ho vista affrontò un club con la stessa caratteristica.

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Grego
Grego

Nato a Cremona.
Ascolta musica che produce rumore e genera emozioni.
Tifa Cremonese.

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