La pubblicazione collettiva di Cremonapalloza

La più bella partita mai vista

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Vi è mai capitato di andare allo stadio e non vedere la partita?
Ma non una partita qualsiasi, una partita di quelle che entrano nella storia.
A me è capitato, come è capitato che una pianta secolare decidesse di suicidarsi abbattendosi sopra la mia macchina e commettendo un macchinicidio, ma questa è un’altra storia.
Nel giugno del 1982 ero un bimbetto che stava per affrontare gli esami di quinta elementare, ma domenica 5 avevo altro a cui pensare, perché la Cremo stava volando verso la Serie A ed era la prima volta che lo faceva.
La partita era Cremonese-Bologna e, oltre alla promozione in A per i grigiorossi, c’era anche in palio la salvezza in B per i felsinei, che, dopo aver subito l’onta della prima retrocessione dalla Serie A dell’anno precedente, si vedevano costretti, probabilmente, ad abbandonarla dopo una sola stagione e precipitare verso l’universo, a loro sconosciuto, della Serie C.
La piccola squadra di provincia che solo due anni prima festeggiava la promozione in Serie B era a un passo dal conquistare la promozione nel massimo campionato nazionale.
I biglietti per entrare allo Zini erano ormai esauriti da giorni e in città, ma anche in provincia, si stava solo aspettando di festeggiare questo evento, che allora sembrava eccezionale.
Mia madre, quando – anni prima – la Cremo disputava la Serie C, a mia precisa domanda: «Ma la Cremo, secondo te, andrà mai in Serie A?», mi rispose sorridendo che era praticamente impossibile. Vi assicuro che questo episodio gliel’ho rinfacciato tutte le volte che siamo stati promossi e spero di poterlo fare ancora.
Quella mattina a casa hanno seriamente pensato che forse la vita di coppia senza un figlio non doveva essere così male, perché ero insopportabile. Sveglio già alle prime luci dell’alba, con dentro un’eccitazione e un’agitazione che manco il giorno del matrimonio ho avuto.
Più si avvicinava l’ora della partita, più diventavo l’emblema della campagna mondiale per la riduzione delle nascite.
Tutto questo era poi dovuto a mio zio Santo, con cui andavo allo stadio, perché aveva il vizio di andarci mezz’ora prima dell’inizio della partita – riteneva inutile aspettare troppo a lungo sui gradoni – e uscire cinque minuti prima del fischio finale per evitare il traffico e rientrare prima a casa.
Ma oggi era un giorno speciale e, abitando vicino allo stadio, vedevo che già a mezzogiorno erano parecchi i tifosi in zona: il rischio di non trovare posto era altissimo.
Infatti, quando ci presentammo ai cancelli, ci dissero che la curva era già piena ed era preferibile andare nell’altra curva. Qui devo fare una piccola precisazione.
Allora i biglietti riportavano solo la dicitura “curva”, senza precisare quale. Questo comportava il fatto che venissero venduti i biglietti corrispondenti all’esatto numero di posti e poteva capitare che però ci fosse più gente che voleva entrare in una curva, anche teoricamente già piena. Un problema che fu poi risolto.
Era già capitato qualche mese prima contro il Catanzaro, gara disputata il sabato di Pasqua, ma in quell’occasione lo zio non aveva ritenuto pericoloso assistervi dalla curva sud, perché la maggior parte dei tifosi giallorossi che la occupavano erano calabresi residenti a Cremona. Stavolta invece c’erano parecchi tifosi rossoblu e c’erano già stati dei contatti poco amichevoli nel piazzale, al loro arrivo.
Quindi, dentro, nella bolgia dantesca della curva nord.
Pochi passi e subito la situazione ci apparve peggio del previsto: c’erano tifosi ovunque, ammassati come sardine.
Anche le balaustre in alto agli spalti erano occupate e sovraffollate: che fare?
L’idea malvagia venne a un signore che era entrato insieme a noi: ai tempi, il pezzo di curva che si congiungeva ai distinti era composto da pochi gradoni e, tra il resto della struttura della curva e quella dei distinti, c’era un ampio spazio aperto dietro il quale – a una decina di metri – si trovava il muro di cinta dello stadio, che era pure all’ombra, grazie alla presenza di alcune piante.
Pronti, via: prima che qualcun altro si faccia venire la stessa idea, ci apprestiamo a scalare la muraglia per andare a sederci là sopra, a cavalcioni.
Non fu così semplice perché non ero propriamente un bimbo atletico e l’idea di stare là sopra mi faceva stringere il buchetto non poco. Non c’era alternativa: dovevo evitare di perdermi la partita e fare la figura della mammoletta.
Con un impegno enorme da parte mia e un valido aiuto dello zio – che mi spinse da sotto – e del tipo che aveva avuto l’idea – che mi tirò su – presi posto. I primi cinque minuti furono dedicati a vincere la paura di volare giù, cercando di trovare un equilibrio il meno precario possibile e intanto di ostentare la sicurezza spavalda del temerario che non ero.
Con grande impegno e immensa produzione di sudore, ci riuscii e cominciai a tornare lucido e a dedicarmi al pensiero principale: battere il Bologna e andare in Serie A, godendomi una partita che sarebbe entrata nella storia.
Ma il piano preparato e pensato da dieci giorni si trovava davanti un altro intoppo imprevisto.
La posizione, oltre a essere poco comoda, dava una visuale parziale del campo da gioco: praticamente vedevo da un limite dell’area di rigore all’altro. Nooooooooooooooooooo!
Ma che sfiga, era la partita dell’anno e mi sarei perso i gol.
Avrei dovuto guardarli alla tele, a Domenica Sprint, come quelli che non erano allo stadio.
Ecco la differenza: io però ero allo stadio.
Io c’ero!
La partita fu entusiasmante e, purtroppo per me, ricca di gol. Un sonoro 4-0 che avvicinava sempre più alla promozione la Cremo e condannava agli inferi della Serie C la compagine bolognese.
Vi assicuro che quella partita mai vista si è comunque ritagliata un pezzo nella mia memoria di tifoso al pari di Cremonese-Palermo e della vittoria a Wembley, come dello spareggio di Perugia e di quell’ottantasettesimo minuto del 6 maggio 2017.
La domenica successiva la Cremo andò a Varese, seguita da diecimila tifosi, a farsi scippare come una vecchietta sprovveduta la promozione che aveva ormai in mano.

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Grego
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