La pubblicazione collettiva di Cremonapalloza

L’episodio

L

Gli sportivi, quelli veri, apprezzano il gesto atletico e la performance dell’atleta, mentre quelli come me, che sono tifosi, apprezzano ben altre loro qualità.
Con queste premesse, come non innamorarsi di Alviero Chiorri quando arrivò a giocare all’ombra del Torrazzo?
Mise piede in città nell’estate del 1984, proveniente dalla sponda blucerchiata di Genova, quella che stava cercando di diventare una grande squadra e che preferì il giovane Vialli al talentuoso Chiorri, troppo scomodo per una squadra che aspirava al gotha del calcio nazionale.
Ve lo vedete voi un club con tali ambizioni schierare uno che da ragazzo, tra i mondiali under 20 in Tunisia e le vacanze al mare con gli amici, preferisce l’opzione 2?
Uno che gioca con due scarpe diverse, a 13 tacchetti sul piede sinistro, quello con cui calcia, e a 6 tacchetti sul destro, quello d’appoggio? Con i calzettoni rigorosamente alla caviglia e la maglia fuori dai pantaloncini?
Restò con noi per otto stagioni e chiuse la carriera in maglia grigiorossa a soli 33 anni, come Cristo, regalando miracoli e parabole.
Sono numerosi gli episodi da raccontare: dalla scelta della fascia su cui giocare in base alla stagione climatica – ombra d’estate, sole d’inverno – al perché se ne andasse a casa in tuta e scarpe da calcio, ricoperto di fango, a fine allenamento, alle sue giocate. Colpi di tacco, lanci millimetrici, serpentine ubriacanti tra gli avversari e gol da posizioni impossibili.
Ma l’episodio più bello che ricordo avvenne nella stagione 1986/87, esattamente il 5 aprile 1987.
A Cremona, allo stadio Zini, si gioca Cremonese-Messina, big match di giornata, lo scontro al vertice.
La classica partita che può cambiare le sorti del campionato: mancano 12 gare alla fine della stagione, troppe perché sia decisiva, ma la posta in palio è comunque alta e per gli esperti sarà un episodio a deciderla.
Ed è vero, le due squadre si equivalgono e sono appaiate in testa alla classifica. Il timore di perdere le accomuna e giocano entrambe sulla difensiva, attente a non scoprirsi troppo e a non cedere campo all’avversario, in attesa dell’episodio.
Manca poco meno di mezz’ora alla fine quando Bellopede, difensore della compagine siciliana, pensa bene, per noi, di trattenere Marco Nicoletti, inutilmente lanciato verso un passaggio troppo lungo al limite dell’area, sulla destra. L’arbitro fischia, assegnando una punizione alla Cremo.
La posizione ideale per un mancino, come sanno tutti quelli che masticano calcio, figuriamoci un allenatore come Bruno Mazzia, che balza in piedi chiedendo il cambio al direttore di gara perché sa di avere in panchina un mancino abile nel tirarle.
Tutto lo stadio sa che Alviero sta per entrare.
Lui è lì, seduto tra le riserve. Si fa togliere la tuta dal massaggiatore e si avvia con passo felpato verso la palla che si trova dalla parte opposta del campo rispetto alla panchina dov’era comodamente seduto.
Calzettoni alla caviglia e maglia fuori dai pantaloncini: così si presenta al cospetto della folta barriera peloritana. Tutti sanno che quella palla terminerà in fondo al sacco.
Lo sappiamo noi e lo sanno loro.
L’arbitro fischia e Alviero colpisce la palla che, bella come il sole, va a togliere le ragnatele all’incrocio dei pali alla destra del portiere, seguita dall’esultanza del pubblico cremonese.
La partita finisce in quel momento: mancano 28 minuti al novantesimo, ma non c’è più storia, i giallorossi sono troppo furenti per costruire qualcosa di concreto e i grigiorossi troppo tranquilli ed esperti per buttare alle ortiche due punti preziosissimi.
E lui? Lui è in campo ma è come se non ci fosse, troppo pigro per correre verso un pallone che non entrerà più in porta, perché, come in tutte le partite risolte da un episodio, quella è finita nel momento stesso dell’episodio.

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Grego
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