Pubblicazione Collettiva targata Cremonapalloza

Guida ragionevole al frastuono più atroce

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Lester Bangs Guida ragionevole al frastuono più atroce
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Ah, ecco da dove vengo. Ecco da dove viene questa mia voglia mai sopita di sbrodolare parole, che non poteva essere influenzata da un Ivan Cotroneo qualsiasi o da qualche altro redattore di quel cesso di rivista che è Rolling Stone italiano (ho smesso di comprarlo al numero 9, che si occupava principalmente di dimostrarci che Rosario Dawson è senza dubbio alcuno la ragazza più bella del mondo. Roba che neanche D - la Repubblica delle Donne. La dignità, questa sconosciuta). Ecco da dove giunge il proverbiale «Ti parli addosso» che ogni tot il mio amico Lionel Pretzel inoltra al mio indirizzo, mutuandolo dal capolavoro dei Coen Il grande Lebowski. Ecco da dove arriva la mia recente fissazione per l’accostamento tra il discopunk overdivertente e privo di contenuti degli Strobo Monsters e il declino della civiltà occidentale: liquidata, resa obsoleta, parola per parola, a pagina 72 della vera Bibbia del rock’n’roll style, cioè Guida ragionevole al frastuono più atroce, mastodontologia del Giornalista Rock per antonomasia, Lester Bangs, tossicodipendente più che altro di droghe legali (farmaci soprattutto), alcolista sfrenato, genio della scrittura americana (più grande dei beat che lo avevano ispirato? Per me sì. Questo libro è più sulla strada di Sulla strada), schiattato di classiche “complicazioni” che significano “overdose”, all’età di Gesù Cristo, mentre io nuotavo beato in un lago di placenta nel pancione della mamma.
La bella edizione Minimum Fax (anzi, minimum fax, ché la piccola casa editrice indipendente ama autoinfliggersi le minuscole), dalla copertina psichedelica, è arricchita tra le altre cose da una prefazione di Wu Ming 1, il quale giustamente sottolinea che Lester è stato ed è il più grande critico musicale di sempre, ma che una gara non c’è mai stata.
La produzione di Lester, dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli ’80, non può di certo essere inclusa nella sua interezza, e così il curatore del libro Greil Marcus opera una selezione quanto mai arbitraria, senza pretese di completezza. Infatti, nella sua introduzione, fa un elenco bello corposo di ciò che manca, ma tanto di carne al fuoco ce n’è a sazietà. Non capisco comunque perché non includere il primo articolo di Lester mai pubblicato (su Rolling Stone, nel 1969), una recensione delusa di Kick Out The Jams degli MC5, disco e gruppo che poi scoprirà di amare (è solo una delle mille volte in cui fa «marcia indietro»).
Lester scrive principalmente negli anni ’70 (dal ’71 al ’76 è fisso a Detroit dove lavora per la rivista Creem, poi si trasferisce a New York come freelance), che ai miei occhi appare come il decennio paradiso del rock, ma per lui è un periodo di merda, nel quale il divismo delle rockstar ha toccato il punto di non ritorno: in Lester montano il fastidio e l’insofferenza per gruppi come i Led Zeppelin, che nella sua ottica sono ridotti a dei mezzi incapaci pompati fino al vomito, chiusi nel loro mondo totalmente slegato dal reale, fatto di noiosi assoli e concerti oceanici, di testi dai presunti significati profondi e di stereotipi da cock rock maschilista. Nel libro (almeno: nella selezione fatta) non li caga, e se li nomina è per badilarli. E invece poi magari continua a citare entusiasta il garage sgangherato dei Count Five (in particolare dell’album Psychotic Reaction, una vera ossessione) e si prende bene per il glam caciarone degli Slade (mentre scrivo sto ascoltando il vinile di Sladest, il best of di cui Lester parla nel libro, cadutomi in testa per una meravigliosa coincidenza. Potevo non spendere cinque miseri euro per averlo? Ed è spaziale). Non ci sono i miei amati Queen, non ci sono i miei amati Pink Floyd, però ci sono quaranta pagine di vita vissuta e di trattazione sui misconosciuti The Troggs (quelli di Wild Thing), e come si chiama l’articolo? «JAMES TAYLOR DEVE MORIRE», ma James Taylor non c’entra nulla, o meglio, è il protagonista di una delle mille digressioni e divagazioni dell’articolo, un sogno macabro nel quale Bangs sogna di sbudellarlo con una bottiglia rotta se sente ancora una sua pomposa canzonaccia di Ego-Rock. Non è grandioso, tutto ciò? Come dicevo, a Lester piace il garage. Insomma, è un punk rocker ante litteram che trova il genio in Iggy: uno dei pezzi migliori del libro è proprio «POP, TORTE E DIVERTIMENTO», in cui parla dei dischi The Stooges e Fun House. Grande importanza ha poi il rapporto di amore/odio con Lou Reed, a cui Lester fa interviste multiple che di solito si trasformano in duelli verbali al vetriolo. Adora la roba dei Velvet Underground (non so quante volte cita il pezzo Sister Ray), sorvola su Transformer (universalmente riconosciuto come un classico), quasi quell’album non fosse mai esistito, per concentrarsi invece su quella mezza porcata rumoristica di Metal Machine Music, che – sancisce – è il miglior disco mai inciso (al secondo posto, Alive! dei Kiss). Prende per il culo David Bowie ed Elton John, sospende il giudizio sui Jethro Tull (accostandoli a un disco ignoto di musica vietnamita), insulta Frank Zappa («essere spregevole», «ladro di musica altrui», «frattaglia umana ambulante»). Odia le discoteche e le cazzate per ballare, e alla fine degli anni ’70 si innamora dei gruppi punk, The Clash su tutti, non tanto per i contenuti politici (comunque condivisi, Lester è di sinistra sparata), quanto per la visione democratica del rapporto con i fan. Insomma, perché sono tranquilli e non se la tirano. E comunque al loro pubblico interessano di più il pogo e gli sputi che le sorti della working class britannica. Ma c’è spazio per un intero universo: uno stupendo riassunto dei suoi ultimi dieci capodanni, che per estensione diventa l’affresco di un’America apatica, buttata in poltrona, fottuta dal whisky o strafatta di Romilar (il suo farmaco del cuore, uno sciroppo per la tosse); necrologi di superstar («DOVE ERAVATE QUANDO È MORTO ELVIS?») o di artisti di nicchia («PETER LAUGHNER», chitarrista fondatore dei Pere Ubu, morto a ventitré anni e caro amico di Bangs); e davvero tantissimo altro, compresa la title track, «GUIDA RAGIONEVOLE AL FRASTUONO ATROCE» (senza il “più”), l’olimpo dei dieci peggiori «schiamazzi infernali», i suoi preferiti.
Il testo si apre con una fantastica lettera di Bangs all’amico ed editor di Creem Dave Marsh, una paginetta comicissima, che Lester scrive sapendo (o come se sapesse) di stare per morire. Un consiglio: conclusa la lettura del libro, quando vi sarete affezionati a questo soggetto incredibile, andate a rileggervela. Mi sono sorpreso a sperare in un aldilà in cui non credo, perché vorrei andare a trovare Lester Bangs sulla sua nuvola, disquisire del suo cognome onomatopeico e di come sia perfetto per un uomo che ha fatto della macchina per scrivere la sua pistola, e divertirmi a insultare assieme a lui, dall’alto, quegli stronzi di dj (figura di divo ancor più ingiustificato della rockstar) e quasi tutti gli orribili gruppi di adesso.

P.S.: chi, alla fine delle quattrocento pagine abbondanti, dovesse scoprirsi Lester addicted, può quantomeno rimandare la crisi d’astinenza: della stessa casa editrice e collana sono infatti disponibili una seconda antologia di Verità Bangsiane, intitolata Deliri, desideri e distorsioni (che si apre con l’agognata recensione degli MC5), e il più breve Impubblicabile!, una sezione dell’edizione americana di Guida ragionevole al frastuono più atroce esclusa dalla versione italiana. Tutta roba clamorosamente consigliata, che comunque non basterà: una volta divorati anche questi testi, ne vorrete ancora, e l’unico vostro desiderio sarà che qualcuno si metta ad assemblare una nuova antologia.

McA

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Carmine Caletti
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