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Il tennis

I

Il tennis non mi è mai piaciuto e non mi piace tuttora: lo ritengo noioso da vedere e non mi ci sono mai applicato nel giocarlo, anche se detengo l’invidiabile record di due vittorie su due partite disputate. Da ragazzini, dei miei soci ci giocavano regolarmente e, quando facevano il doppio, mi chiamavano per fare il quarto. Mi prestavano la racchetta e giocavo, anzi, facevo presenza in campo in coppia con Dario, che, in entrambe le occasioni, batté l’altra coppia.
Non sono così fuori dal mondo da non conoscerne due regole e i nomi dei campioni a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, quando ero un ragazzino e l’offerta televisiva sportiva era limitata.
Borg, McEnroe, Lendl, Becker, Connors, Vilas e gli italiani Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, eroi dell’unica Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976.
Ho un vago ricordo di questo trionfo azzurro, perché ne parlavano in casa, ma io avevo cinque anni e i ricordi sono sbiaditi.
Oltretutto, ho sempre ritenuto il tennis uno sport da ricchi snob, fino a qualche anno fa, quando, in concomitanza con il quarantennale di quella vittoria, lessi un articolo su quella storia e cambiai idea. Non temete, non mi sono appassionato al tennis, ma ho rivalutato alcune cose e ho iscritto Panatta nell’olimpo dei miei eroi sportivi.
Quello che resta il miglior tennista italiano di sempre compì un gesto, in quel lontano dicembre 1976, che non può non guadagnarsi la mia stima.
L’Italia scalò pian piano tutti i gradini, fino alla finale, da giocare in Cile contro i padroni di casa, che però c’erano arrivati vincendo a tavolino la semifinale.
Se la sarebbero dovuta giocare contro l’Unione Sovietica, che, per protesta contro il regime di Pinochet, si rifiutò di scendere in campo, bissando la scelta del 1974, quando si era rifiutata di giocare lo spareggio per partecipare ai mondiali di calcio in Germania, sempre contro i sudamericani.
Forti pressioni politiche volevano impedire agli azzurri di andare ad affrontare la nazionale di tennis cilena, ma i giocatori, giustamente, non volevano buttare all’aria la possibilità di aggiudicarsi l’insalatiera che si erano fin lì sudata, anche se alcuni di loro, politicamente parlando, erano vicini a quelle forze che volevano impedirglielo.
Panatta, infatti, veniva da una famiglia proletaria e si era sempre allenato al circolo tennistico più vip di Roma, quello dei Parioli, perché suo padre vi lavorava come custode.
Il tiramolla tra governo, federazione nazionale e internazionale finì per merito del Partito Comunista Cileno, che fece a sua volta pressione perché la finale si disputasse e, tra mille polemiche, la nazionale partì alla volta del Paese andino.
Nessuno sapeva che il buon Panatta aveva in serbo una sorpresa per Pinochet.
L’incontro, sulla carta, pendeva a favore degli azzurri, che infatti vinsero i primi due singolari, guadagnandosi la possibilità di vincere il trofeo con il doppio, rendendo inutili gli ultimi due singolari in programma.
Il colore rosso era un colore inviso alla giunta militare ed era anche il colore dei fazzoletti delle donne che scendevano in piazza per chiedere alla dittatura notizie sui loro mariti, fratelli e figli scomparsi.
Quel giorno Panatta e Bertolucci affrontarono il Cile in maglia rossa, la classica polo da tennis della Fila di quegli anni, e vinsero il match, aggiudicandosi la Coppa.
Esistono poche immagini di quella giornata, qualche rara foto a colori. I filmati della tv cilena furono distrutti per ordine del governo e comunque sarebbero stati in bianco e nero.
Il governo cileno protestò ufficialmente con quello italiano per quel gesto, ma la cosa che più mi ha colpito nel leggere la cronaca di quei giorni è che il cronista Rai non accennò minimamente al fatto che la nazionale azzurra indossasse delle maglie rosse.
Al ritorno furono accolti come eroi anche da chi, fino all’ultimo, aveva contestato la loro partecipazione, e lo stivale scoprì che Panatta era un pariolino per caso: se suo padre avesse fatto un altro lavoro, il Cile di Pinochet non avrebbe subito tale smacco e il mondo del tennis avrebbe perso un campione.

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