La pubblicazione collettiva di Cremonapalloza

New Dinamo

N

Non era «il nome di un detersivo», come dichiarò Giampi quando lo sentì nominare, né del team protagonista di un cartone animato giapponese degli anni Ottanta, ma il nome di una squadra di calcio cremonese di inizio anni Novanta.
La New Dinamo Zaist.
Non voglio narrarvi le gesta sportive di questa compagine, ma la sua genesi: una squadra nata per caso su un campetto di periferia, di cui ignoro la storia dopo il 1994.
Nell’autunno del 1991 due diverse compagnie dello Zaist cominciarono a passare il sabato pomeriggio prendendo a calci un pallone sul campo da calcio dell’oratorio.
Quattro o cinque per parte, uno a turno in porta e gli altri a tirare in porta, non sempre centrandola. Dopo la prima volta fu inevitabile unire le forze e dare vita a una partita.
Diventò un appuntamento fisso del sabato pomeriggio, che coinvolgeva sempre più gente. Avevamo due spettatori che tutti i sabati si presentavano al campo ad assistere al nostro spettacolo sportivo: un signore e il figlio disabile.
Dopo qualche settimana, un pomeriggio, si presentò solo il signore che, a fine partita, venne a parlarci. Disse di essere un maresciallo dell’esercito e che gli sarebbe piaciuto allenarci, soddisfacendo così un suo desiderio.
Accettammo la sua proposta e dalla settimana successiva si cominciò a fare sul serio: due ore di allenamento. Riscaldamento, stretching, esercizi con il pallone e partitella finale.
Si iniziò anche a parlare di iscriversi al campionato amatori, chi voleva fare quello della uisp e chi quello del csi, ma l’ostacolo più grande erano i soldi.
Si doveva costituire una società sportiva e pagare l’iscrizione al campionato. Non ricordo a quanto ammontasse la cifra, né se fosse alta o bassa: so che non c’erano soldi.
Si sarebbero anche dovute affrontare le spese per il campo, per l’attrezzatura e per le mute, ma quest’ultime non erano un problema, ci disse il maresciallo. Ci avrebbe pensato lui.
Infatti un sabato si presentò al campo con una notizia e tre scatoloni.
La notizia era che aveva incontrato i dirigenti della Dinamo Zaist e si era accordato con loro per l’iscrizione al campionato: ci saremo affiliati alla società già esistente e dovevamo soltanto pagarci il cartellino personale.
Saremmo stati una squadra indipendente all’interno della società. Dovevamo scegliere un nome che non fosse l’ovvio, scontato e umiliante Dinamo Zaist B.
Poi aprì gli scatoloni, che contenevano tre mute complete, più le divise da portiere.
Quella invernale era in lanina, maniche lunghe di colore bianco con degli inserti verdi (se la memoria non m’inganna, una manica e una riga sul petto). Verdi erano anche i pantaloncini e i calzettoni.
Era della nr, nota marca di abbigliamento sportivo di quegli anni, come quella primavera/autunno: sempre manica lunga ma completamente rossa, pantaloncini e calzettoni compresi, tranne il colletto della maglia e il risvolto dei calzettoni, che erano gialli. Uguale a quella del Catanzaro del periodo di O Rei Palanca.
E poi, la vera chicca: la tenuta estiva. Non ricordo di che marca fosse, maglia rossa, manica corta in tessuto sintetico, pantaloncini bianchi e calzettoni rossi con tanto di sponsor sul petto: Sofam Varesina.
Scoprimmo mesi dopo che si trattava di una ditta che costruiva bare e aveva anche una filiale che si occupava di onoranze funebri.
Mancava il nome della squadra e lì la cosa si fece seria: si decise che all’allenamento successivo ognuno avrebbe proposto un nome e si sarebbe messo ai voti quale adottare. Unica clausola: al suo interno doveva comparire Zaist. La fantasia si scatenò e il riferimento all’antagonista Dinamo spostò la ricerca sull’universo calcistico esteuropeo. Spartak Zaist, cska Zaist, Dukla Zaist, Sparta Zaist, Torpedo Zaist, Partizan Zaist, Steaua Zaist e via dicendo, fino al più nostrano Catanzaist, in onore delle maglie giallorosse della compagine calabrese.
La nostra decisione era per Steaua Zaist, motivata dal fatto che la Steaua Bucarest era la squadra dell’esercito romeno e noi avevamo come allenatore un maresciallo dell’esercito.
Pensavamo che la scelta avrebbe fatto piacere al mister, che invece sentenziò che la squadra si sarebbe chiamata New Dinamo Zaist, come un qualunque detersivo.
Venne il campionato e fu un disastro. A parte qualcuno che se la cavicchiava, il resto della squadra era composto da gente capace di stare sugli spalti e non in campo; tra turni di lavoro e menate varie, all’allenamento settimanale non si raggiungeva mai il numero minimo per giocare a due porte. La prestanza fisica era imbarazzante e il dover giocare spesso la domenica mattina faceva sì che si presentassero al campo un branco di zombie con poche ore di sonno in corpo, dopo una notte di fuoco e fiamme. Ma il tocco da veri atleti lo davano i panchinari, quando c’erano, che, invece di seguire la partita in attesa di scattare a riscaldarsi per entrare, passavano il tempo sonnecchiando la domenica mattina o fumando il sabato pomeriggio.
A me capitò anche di scroccare una siga al mister perché le mie le avevo dimenticate negli spogliatoi.
Nonostante tutto, non arrivammo ultimi: ci giocammo tutto all’ultima di campionato contro l’Independiente Bar Motta. Noi penultimi, con un punto di vantaggio su di loro.
Era un sabato mattina, il primo maggio 1993. Loro in maglia grigiorossa, perché uno di loro era figlio di un dirigente della Cremo e avevano riciclato una vecchia muta della squadra dell’allora Presidente Luzzara. Noi in biancorosso, come gli odiati cugini che abitano sulla sponda sbagliata del fiume Po. Ci affrontammo al campo della piscina.
Loro in undici contati, forse meno, noi in dodici e la scelta del panchinaro cadde sul sottoscritto.
Vincemmo 2-1, mi sembra, ma io al fischio finale era già in doccia, in aperta protesta con il mister, che non mi aveva fatto entrare. Avevo abbandonato la panchina a cinque minuti dal termine.
Il giorno dopo, allo Zini, la Cremo vinse il derby del Po 2-0, come tutti ci eravamo augurati a fine partita.
Quella fu la mia ultima presenza con la maglia della New Dinamo Zaist.

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