La pubblicazione collettiva di Cremonapalloza

Il cappellaccio dell’inganno

I

Questa è la storia di un uomo qualsiasi. Un uomo colto ma umile, troppo umile, incapace di farsi valere e quindi oggetto di continui scherzi e umiliazioni da parte della gente che lo circondava.
Quest’uomo aveva preso una fregatura quando acquistò la casa, perché gliela vendettero a quasi il doppio del suo valore, quando acquistò l’auto, perché gli dissero che era usato sicuro, in realtà era stata incidentata e quindi sbandava tutta verso destra, un uomo, insomma, circuibile da chiunque, persino sul lavoro.
Infatti, lavorando in un ufficio statale, era preda, ogni giorno, di scherzi da parte dei colleghi e supersfruttamento da parte del suo capoufficio, che era una persona elegante, composta ma perfida e nazista.
Quest’uomo così sfortunato si chiamava Aldo e non era mai riuscito, fino a quel momento, a ribellarsi a niente e a nessuno, restando così in completa balia degli eventi, come un perfetto imbecille.
Gli unici momenti nei quali si poteva rilassare e sentirsi a proprio agio erano quelli che passava a casa, con la sua famiglia, una splendida moglie, bella a tal punto che anche lui si chiedeva come fosse riuscito a sposarla, e tre piccoli bambini, tutti bellissimi e molto affettuosi.
Fu proprio con la sua famiglia, durante un classico e palloso picnic nel parco, che incontrò per la prima volta quell’uomo così ambiguo e fuori dal tempo che gli stava per cambiare drasticamente la vita, anche se lui ancora non lo sapeva.
Difatti, quel pomeriggio di primavera inoltrata, mentre mangiava seduto sull’erba con a fianco la moglie e i bambini, vide un uomo, un uomo molto strano, che riposava sdraiato all’ombra di una pianta, non molto distante da loro. All’inizio lo scambiò per un barbone, considerando gli abiti sgualciti che portava, ma poi, osservando bene la carnagione olivastra, i tatuaggi e i bracciali di legno contornati da piccole piume colorate, capì che doveva trattarsi di un indigeno o qualcosa di simile. Accanto a questa specie di indigeno, c’era un fardello che, dalle dimensioni, doveva contenere poche cose, forse cose utili per un breve viaggio. Ma, spostato più in là, che attirò subito la sua attenzione, c’era anche un cappello!
Un cappellaccio di pelle e cuoio, tenuto insieme da lacci quasi completamente sbrindellati; era di colore marrone scuro, quasi nero, ed era sporco, molto sporco, vissuto, forse anche troppo vissuto.
A un tratto, mentre Aldo fissava l’indigeno, quest’ultimo, con uno scatto quasi innaturale, si rialzò e lo fissò dritto negli occhi. Aldo, molto imbarazzato come suo solito, cercò subito di distogliere lo sguardo, girandosi da un’altra parte, ma non ci riuscì. Non riusciva a smettere di fissarlo, come se qualcuno o qualcosa gli tenesse dritta la testa da dietro. Dopo qualche secondo che i due si guadavano intensamente, l’indigeno prese il suo fardello e, stentando a togliere lo sguardo, si voltò e se ne andò velocemente.
A un certo punto, Aldo si riprese da quella sorta di trance, sentendo la moglie che, toccandogli ripetutamente la spalla, gli disse: «Aldo… Cosa c’è, hai visto un fantasma‽». Aldo sorrise ma non fece a tempo a riprendersi che il suo sguardo fu attirato da un particolare: quello strano personaggio se n’era andato dimenticando, forse non casualmente, quell’orrendo e polveroso cappello che giaceva lì, sotto quella pianta e nessuno sembrava in grado di vederlo, nessuno tranne lui.
Era strano che proprio lui fosse attirato da quello straccio di cappello, poiché non si sarebbe mai sognato di prendere qualsiasi cosa abbandonata per strada da chissà chi. Figuriamoci poi una cosa così sporca e usata. Eppure era attirato da questo cappello come il ferro da una calamita.
Non riusciva a spiegarsi il perché, ma trascinato da qualche oscura forza, si alzò e fingendo di giocare con i suoi bambini, si avvicinò all’oggetto e lo nascose con fretta furtiva nella sua sacca.
Una volta tornato a casa, chiuso nel bagno e lontano da sguardi indiscreti, estrasse il cappellaccio e lo osservò attentamente. Vide che all’interno c’erano delle incisioni, come delle scritte, ma in una lingua incomprensibile, non ci fece molto caso perché credette fossero simboli tribali di poco conto e quindi distolse lo sguardo in fretta. Fece girare tra le mani, un paio di volte, il cappello, dopodiché, anche se era visibilmente abbondante per la sua taglia, non resistette e, guardandosi allo specchio, lo indossò.
Nello stesso istante il cappello iniziò a mutare la sua forma e gli si strinse velocemente attorno alla testa, diventando perfettamente della sua taglia. Aldo si spaventò e lo tolse immediatamente, ma poi, prendendo coraggio, lo indossò nuovamente, ripetendo l’operazione due, tre, quattro volte. Osservò che le fibre di questo cappello erano come vive, si stringevano e si allargavano a seconda che lo indossasse o lo togliesse. La cosa lo stupì molto, non aveva mai visto nulla del genere, ma anche se la curiosità era tanta, la stanchezza era troppa e quindi decise di andarsene a dormire rimandando al giorno dopo il seguito di questa stranissima esperienza.
Il giorno seguente, al suo risveglio, la prima cosa che fece fu proprio quella di andare a riprendere il cappello e, visto che doveva uscire a fare la spesa e che era una splendida e calda giornata di sole, decise di portarlo con sé e, aspettando di essere fuori di casa, lo indossò.
Si recò al supermercato che, vista l’ora mattiniera, aveva appena aperto e quindi all’interno c’erano poche persone: due anziani, un bambino che faceva rimbalzare una palla appena acquistata e una signora alle prese con un carrello che non ne voleva sapere di andare dritto.
Aldo, con il suo cappello in testa, restò a fare acquisti per un bel po’; quando uscì dal supermercato, la città era già nel caos. Persone urlanti ovunque, marciapiedi gremiti come formicai e in strada un traffico caotico e inquinante al punto che Aldo, spazientito dalla confusione, pensò ad alta voce: «Vorrei che tutto si fermasse e che questo frastuono finisse!».
Nel medesimo istante successe un fatto che fece ghiacciare il sangue nelle vene di Aldo, che, allibito, si fermò, impallidì, la nausea pervase immediatamente il suo stomaco e un’espressione di incredulità e di terrore si stampò sul suo volto. Tutto, intorno a lui, si era bloccato, fissato nello spazio e nel tempo come il fermo immagine di un videoregistratore. Aldo rimase lì, paralizzato e angosciato, per più di un quarto d’ora; dopo di che cercò di riprendersi e, con voce sottile e tremolante, borbottò: «Ri… Ri… Riprendete… a… muovervi…», e tutto, intorno a lui, ripartì esattamente come prima si era bloccato. Nessuno sembrava stupito, nessuno tranne lui si era accorto di nulla.
Credette di essere pazzo, si mise a correre tra la gente e si rifugiò in un vicolo calmo e tranquillo, si tolse il cappello, lo guardò e poi provò a ripetere: «Vorrei che tutto si fermasse…», ma questa volta, nulla si fermò, dopodiché, rimettendo il cappello e ripetendo la frase, vide che tutto si era bloccato di nuovo. Aldo scoppiò in lacrime di follia.
Ci vollero alcuni minuti perché si riprendesse da quel senso di panico che lo attanagliava, ma poi, girovagando per la città e ripetendo per più volte quella frase, cominciarono a balenare in lui delle strane idee e, dopo diverse prove, arrivò a stabilire quali fossero le regole di quello strano e affascinante incantesimo.
Capì che, quando lui bloccava il mondo, le uniche cose che poteva muovere, a parte sé stesso, erano gli oggetti che già prima del blocco stavano fermi, mentre le altre persone e gli oggetti che erano in movimento, nell’istante del blocco, rimanevano fissati, come incollati a terra oppure in aria e lui poteva sì toccarli, ma non poteva spostarli. Provò ad esempio a spostare il giornale di un tizio che, dopo averlo letto, lo stava lanciando in un bidone poco distante, ed era bloccato lì, a mezz’aria, ma non riusciva a smuoverlo nemmeno di un millimetro, neppure con tutta la sua forza.
Provò invece a raccogliere un pacchetto di sigarette vuoto che giaceva sul marciapiede e ci riuscì, lo raccolse e, portandoselo sotto lo sguardo, provò ad accartocciarlo, riuscendoci.
Provò poi a sollevare un bambino che gli era a fianco, ma sembrava incollato al terreno e rigido come una statua di marmo. Restò allibito e decise di far riprendere alle cose il loro corso naturale e tutto si rimise in moto come se nulla fosse successo, il giornale cadde nel cestino e il bambino proseguì per la sua strada.
Aldo ritornò a casa, e anche se il desiderio di dire tutto alla moglie era forte, non lo fece, anche perché, se le avesse dato una dimostrazione, si sarebbe bloccata come tutti e quindi non avrebbe potuto capire e Aldo sarebbe stato considerato solo come un pazzo.
Quella notte Aldo non dormì e pensò intensamente a tutto ciò che avrebbe potuto fare grazie a quel cappello e all’incantesimo che generava. Pensando e ripensando, capì che non erano poi molte le cose che voleva fare, ma l’unica idea fissa che aveva, e come biasimarlo, era quella di procurarsi molto denaro, in modo da potersi licenziare, allontanandosi così dagli scherzi dei colleghi e dalla prepotenza e ironica cattiveria del suo capo.
Così, l’indomani, uscì di casa con in testa il suo cappello, si soffermò sulla porta di casa e, osservando la città, fece un grosso respiro che gli gonfiò i polmoni al massimo. Si sentiva un altro uomo, sicuro di sé, finalmente arrivato, con un immenso potere al suo servizio, insomma, si sentiva superiore a qualsiasi essere vivente.
Come prima cosa si diresse verso il suo ufficio, entrò sbattendo la porta con energia, come quelle entrate nei saloon che si vedono nei vecchi film western. Subito i suoi colleghi rimasero perplessi da quel suo strano atteggiamento, di solito era uso entrare con la testa bassa che più bassa avrebbe toccato terra. Alzarono tutti contemporaneamente gli occhi per guardarlo e notando quello strano, sporco e, secondo loro, stupido cappellaccio, scoppiarono in una risata interminabile, indicandolo e sbeffeggiandolo come un pagliaccio.
Al momento sorrise anche lui, ma con un ghigno tutt’altro che divertito, e un istante dopo bloccò il tempo. Si trovava lì, nel suo odiato ufficio, con davanti agli occhi i suoi colleghi che ridevano pietrificati. Iniziò a girargli intorno, li osservava da davanti, da dietro, da tutte le posizioni
e intanto gli inveiva contro, si sfogava con tutto il repertorio che solo un frustrato, preso per il culo da anni, poteva sfoggiare. Tirava degli schiaffoni a tutti, poi si avvicinò ai computer, che già prima del blocco erano fermi e quindi manovrabili, e uno a uno li manipolò vanificando anni e anni di operazioni e programmi. Rideva, era divertito, non poteva pensare a una giornata migliore.
Quando ebbe portato a termine i suoi deliziosi atti di pirateria informatica, si diresse lentamente, quasi per gustarsi appieno ogni attimo di quel tragitto, verso la stanza del suo capo e, aprendo la porta con un calcio, lo vide lì, seduto alla sua scrivania mentre parlava al telefono con chissà chi, con quel suo ghigno sorridente di superiorità stampato in volto. Non disse una parola, resto lì a fissarlo e in lui balenarono idee che si accavallavano, una più tremenda e sadica dell’altra, ma poi si placò; in fondo non era mai stato un violento né tantomeno un assassino. Prese carta e penna e, con tratto convinto, scrisse la lettera di dimissioni, senza specificare i motivi ma solo scrivendo: «…Perché sono stanco di tutti voi esseri inferiori!». La pose sulla scrivania insieme ad altre carte, ma ben in vista, dopodiché, riguardando intensamente il suo capo, gli sputò in pieno viso esplodendo in una grassa e quasi satanica risata.
Si allontanò in fretta da quel luogo, anche un po’ vergognato dalle sue azioni, ma soddisfatto.
Quando fu abbastanza distante fece riprendere al mondo la sua frenetica vita e si diresse, sorridendo a chiunque incontrasse per la sua strada, verso la banca. La sua banca nella quale era sempre andato solo per pagare, farsi fare prestiti e sentirsi dire che il conto era in rosso. Quando ci fu davanti, non entrò, ma si fermò all’esterno, fuori dal campo della telecamera panoramica; era un po’ distante ma riusciva a intravedere dalle vetrate tutti e quattro gli sportelli. Attese pazientemente in quella posizione, aspettando il momento nel quale le quattro casse fossero state contemporaneamente aperte e, senza perdere tempo, bloccò con immenso piacere il tempo ed entrò in banca. Le porte, al momento del blocco, erano ferme e quindi funzionanti; passò dietro agli sportelli accaparrandosi, con calma, fischiettando e canticchiando, tutti i pezzi più grossi, da cinquanta, da cento, duecento e da cinquecento che riuscì a trovare.
Quando uscì era come impazzito, correva e urlava per la strada, girava tra una macchina e l’altra saltando, cantando e salutando tutte le persone che, statuarie, lo circondavano, alle ragazze più belle toccava i seni e le chiappe, a quelle più brutte urlava parole irripetibili.
Da uomo triste e sottomesso che era, si trasformò in un uomo sicuro di sé, strafottente e ricco, molto ricco: svuotando la banca aveva infatti raggruppato una cifretta che si aggirava attorno ai due milioni e al pensiero che avrebbe potuto ripetere l’operazione in qualsiasi momento e in qualsiasi altra banca della Terra, quasi si mise a piangere, era alterato all’eccesso!
Quando fu ben distante da quel luogo rimise tutto in movimento e, incamminandosi verso casa, pensò a cosa avrebbe potuto raccontare alla sua famiglia per giustificare una tale cifra e perché l’avesse in contanti.
Arrivato a casa spiegò con euforia incontrollata che aveva vinto una lotteria, che non aveva detto nulla prima per fare una sorpresa e che il denaro lo aveva riscosso in contanti per non far avere nulla al fisco. I festeggiamenti durarono l’intera nottata, si addormentarono alle prime luci dell’alba e lo fecero come la più ricca e felice delle famiglie.
L’indomani si organizzarono per un viaggio, quel famoso viaggio di nozze che non avevano mai potuto fare, a causa dei soliti problemi economici, e da lì a pochi giorni partirono in direzione Maldive.
Il viaggio era lungo, ma tra gli stupidi passatempi che si possono fare volando su un aereo e i discorsi su ciò che avrebbero potuto fare con tutti quei soldi, arrivò il momento dell’atterraggio, e fu proprio in quel momento che tutto cambiò e cambiò in peggio.
Con un boato, il motore di destra esplose portando con sé parte dell’ala. Il comandante urlava alla radio e i passeggeri iniziarono ad agitarsi avvolti in una bolla di panico che nemmeno nel peggiore manicomio in rivolta si sarebbe potuta trovare. Chi si abbracciava, chi pregava, chi, colto da infarto fulminante, anticipava il sicuro incontro con la morte, ma Aldo, in un momento di lucidità, quando l’aereo si trovava a dieci metri dall’impatto col suolo, indossò velocemente il suo cappellaccio e urlò con tutte le sue forze: «Voglio che tutto si fermi!!!», e tutto si fermò.
Si trovò lì, all’interno di quest’aereo, circondato da statue terrorizzate e fissava sua moglie stretta ai bambini che guardava fuori dall’oblò con un’espressione in volto che non si può descrivere.
Stette all’interno dell’aereo per parecchio tempo, ma poi, non riuscendo a pensare a nulla, prese un estintore e ruppe l’oblò che si situava proprio sull’ala sinistra. Infatti, l’aereo era sbilanciato tutto sul lato sinistro e da quella parte l’ala c’era ancora, ed era la cosa più vicina a terra, poco meno di due metri. Si lasciò cadere su di essa e, con movimenti scoordinati, che solo un bambino la prima volta che prova uno scivolo può compiere, proseguì la discesa, fino a quando, con un ultimo salto goffo, toccò terra.
Si voltò e, fissando quell’aereo, fermo nel tempo e a un istante dall’impatto inevitabile, riusciva a scorgere dall’oblò il viso rigido di sua moglie. Si tolse rapidamente il cappello, poiché se per errore gli fosse passato per la testa il pensiero incontrollato di far riprendere il moto degli eventi avrebbe visto la sua famiglia morire, ma senza il cappello, l’errore non lo poteva commettere.
A un tratto, sul tetto dell’aereo, comparve, come per incanto, quello strano personaggio, quell’indigeno del parco che, sorridendo sadicamente, fece capire gesticolando ad Aldo di osservare l’interno del cappello.
Aldo lo fece e, allibito, si accorse che gli strani simboli incisi all’interno, ai quali non aveva dato importanza, erano improvvisamente mutati e al loro posto era comparsa una frase che diceva: Usa il mio potere per cinque volte, poi regalami al prossimo… Una tremenda disgrazia colpirà colui che abuserà del mio potere per più volte.
Aldo non riusciva a credere a quelle parole. Mentre finì di leggere, l’indigeno svanì pian piano accompagnato da una risatina che si affievolì, svanendo con lui.
Aldo rimase immobile a fissare quella scena apocalittica stampata davanti a lui; continuava a guardare sua moglie. Ebbe tutto il tempo di pensare all’errore che aveva commesso, forse sarebbe stato meglio non raccogliere quel dannato cappello ingannevole. Sarebbe stato meglio non approfittare del suo potere e accontentarsi di quello che aveva, ossia la famiglia, infatti era l’unica cosa alla quale tenesse veramente. Ora era fermo a un istante dal perderla.
Poi provò a fare di tutto, risalì a fatica sull’aereo, le cinture di sicurezza si slacciavano, ma le persone erano fissate, provò e riprovò a sollevare la moglie e i figli, ma erano incollati, pietrificati, immobili.
Scese di nuovo e per ore stette lì. Ogni tanto si allontanava all’interno dell’aeroporto per prendere del cibo, delle cucine di un ristorante interno, ma poi tornava sempre a fissare quell’orrendo quadro.
Passarono i giorni, i mesi e gli anni e lui continuò a pensare, ormai impazzito, a una soluzione che però… non arrivò mai.

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Edo 72
Edo 72

Nato a Cremona nel 1972, disegno molto, scrivo poco, leggo niente.

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Nato a Cremona nel 1972, disegno molto, scrivo poco, leggo niente.

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