Una notte pulp a Den Haag

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Ieri pomeriggio avevo deciso di indossare la mia minigonna nera, fatto alquanto raro, perché oramai mi vesto sempre nel reame degli strascichi lunghi e ampi. Ma ieri, con una bruschezza che si autoconcludeva su di me e sul mio abito, avevo deciso di ritagliarmi uno spazio per qualcosa di corto e scuro. Qualcun altro ieri si sarebbe rasato i lati della testa, se avesse avuto il mio umore (il quale non era niente di così particolare: solo, più voglia di starmene sulle mie e incrostare appena la pelle che mi separa dagli altri, al posto del mio attuale costante tentativo di discioglierla). Comunque, io la mia chioma non la amputo di certo, soprattutto non per così poco, quindi amputo solo un po’ la lunghezza dei miei stracci e mi infilo di nuovo nell’antica maglietta dei Bauhaus e nei miei stivaletti neri con le stringhe. Va così, ieri, un po’ dura per sdolcinarmi in una vecchia me stessa diluita in un bel pomeriggio spensierato come pochi: treno per L’Aia per sgambettare in giro con la mia adorata Dorotea. Dopo un bel po’ di tempo, ci regaliamo un pomeriggio e una serata totalmente disimpegnati. Dorotea ha una camicia bianca e fina a fiori che ci esprime proprio bene. Parliamo leggere tutto il tempo e ci concediamo perfino una cena imperiale (imprevista) in un posticino libanese. Nella spensieratezza estremista di ieri, decido di non badare nemmeno per sbaglio né alla mappa né all’ora, sicché, quando quasi a mezzanotte saluto lei e sua sorella Marilù e altre due amiche di Marilù, fa capolino il dubbio che il mio ultimo treno per Utrecht sia già partito. Dorotea mi dice di avvisarla, nel caso, ché mi viene a prendere col furgoncino della ditta. Insiste come una mamma.

«Ok, allora in caso ti chiamo».

Ecco, mia cara Dorotea, perdonami: ho tradito il patto. Ho visto proprio il classico ultimo vagone scomparire in fondo ai binari, senza di me. Ho anche preso il cellulare, l’ho guardato, l’ho rimesso in tasca. Tu la mattina dopo ti alzavi per andare al lavoro e, dato che ho fatto nottate girovaghe a Londra e ad Amsterdam, ultimamente, vuoi che sia un problema aspettare il treno delle 05:27 a L’Aia, la città reale, la città più calma e borghese dei Paesi Bassi? E se proprio sarà una nottataccia orrenda, chissà che non m’insegni finalmente ad alzare di un paio di lineette il mio livello di attenzione alla realtà incombente. Non sarebbe così male. Noto che ci sono ancora un paio di treni per Gouda, sulla via per Utrecht, così domando se, forse, a Gouda potrei trovare un bus per Utrecht. La risposta è: no. Volto i tacchi per tornare verso il centro, il centro della città più calma e borghese dei Paesi Bassi. Trenta metri dopo la stazione, bellimbusto #00001, palestratissimo e biondo e olandesissimo, di cui a stento ignoro la radiografia del suo cervello che il mio cervello mi propone. Il bellimbusto è un tipo sintetico: ciao-hai-il-ragazzo-posso-avere-il-tuo-numero? No, non puoi avere il mio numero.

Grandi sorrisi gentili, buona serata, ciao. Ottimo inizio.

Dopo altri trenta metri, mi ferma un tipo di mezza età, nero, dreadlocks brizzolati e barba, intento su un marchingegno da me non identificato, simile a un narghilé. Mi dice che non ha una casa, se posso dargli qualcosa. Per qualche motivo mi sta simpatico, anche se è l’incarnazione perfetta dell’essenza dello scazzo. Gli lascio due monete.

«C’è qualcosa che posso fare per te?».

«Un sorriso è già molto».

Gli esce scazzato pure il sorriso, ma evito di ridergli in faccia come ne sto ridendo ora, potrebbe essere ambiguo. Continuo a camminare e, orbene, data la svolta dei miei piani, anche la mia carissima minigonna, indossata nel nome di un linguaggio espressivo tutto mio, potrebbe essere ambigua. E va be’. Mi risuonano in testa tutte le convinzioni di alcuni maschi secondo cui la minigonna sia uno strumento femminile dall’esplicito intento e me le metto in tasca sperando di non incappare in troppi guai, vediamo di trovare qualche pub aperto – in realtà L’Aia è fin troppo calma; è pure lunedì sera. Il che è poco piacevole, perché il difetto della mia minigonna e della mia maglietta XXL dei Bauhaus è che, in verità, l’escursione termica e il vento delle città costiere iniziano a comportare un po’ di gagliardi brividoni. Incrocio le braccia per ripararmi e spero di alimentare l’idea di essere una che se ne vuole stare per i fatti suoi.

Regola numero uno del dover passare una notte a zonzo da sola: non dare l’idea di essere una che deve passare una notte a zonzo da sola. Almeno tre tizi in bici mi chiedono se è tutto ok, ma la loro insistenza, guarda un po’, suggerisce che non siano esattamente interessati al mio benessere. A ogni modo, regna comunque la quiete. Pallina di fieno lungo le strade, silenzio totale. Non ri trovo i pub dove eravamo prima, nonostante fossero vicinissimi (sempre perché avevo volontariamente escluso ogni tentativo di orientamento dall’assetto mentale – non che non farlo avrebbe necessariamente cambiato qualcosa…). Niente di aperto in giro.

Poi un po’ di baccano dal fondo di un viottolo. Mi avvicino. Sventolano bandiere arcobaleno (sì, quelle del gay pride, insomma): toh, un interessante diversivo, non male. Mi aspetto un bel centro autonomo o, mal che vada, un club un bel po’ scintillante e disco. Di disco c’era in effetti la classica sfera a specchietti e il volume intollerabile, ma la porta si apre su un minuscolo pub formato quasi solo dal bancone, cosparso di gadget oranje della dinastia reale, incluso un ritratto a grandezza…reale (perdonatemi) della Regina Beatrix e del Principe Claus. Ci sono circa sei persone imbevute di alcol e un barista lanciatissimo a ballare mentre serve le birre. L’unica ragazza presente, una ventina di chili di birra più di me, con la faccia sudata, indica il mio trucco e mi solleva i pollici. Sono tutti così contenti e festosi che io sono quasi in imbarazzo, sono così pochi che mi sembra di essere nel salotto di qualcuno. Attraverso il gruppo in giubilo, raggiungo uno sgabello, ordino una birra.

Normalmente le mie spalle trainano tutto l’equipaggiamento necessario per fare foto e disegna re, ovunque io mi trovi, nonché qualche maglia e i collant, in caso abbia freddo. Ma sempre perché oggi volevo essere spensierata e anche fisicamente leggera, per una volta non avevo nessun indumento extra, né il mio carnet, né una misera penna. Un libro. Un libro sì, da leggere in treno. Urrà.

Intanto la playlist stupisce la mia concezione del brutto: una sorta di musica melodica olandese: praticamente, Gigi D’Agostino sbronzo (questo è ciò che immagino, ma non ho presente nemmeno una canzone di Gigi D’Agostino – e, ora che Google Afbeeldingen mi aiuta, realizzo che intendevo Gigi D’Alessio). Oso supporre com’è che Eros Ramazzotti sia diventato internazionalmente famoso. Non sono certa fosse un concetto che mi interessasse partorire. Poi parte quella canzone lì che non mi ricordo come si chiama, quella da spogliarello. Inevitabilmente, un giovine sale sul davanzale della finestra e inizia uno striptease. Non sono certa fosse un’esperienza che mi interessasse vivere.

Una signora lampadatissima con la permanente appende il braccio al mio collo, mi indica il ragazzo e, fiera, declama:

«Lui è mio figlio!».

Deve fare lo striptease ogni volta che c’è questa canzone.

(Ah.)

Poi mi indica tutto il resto della gente nel pub (a parte quel cinquantenne dietro di me che mi ha filmato tutto il tempo con l’iPhone): sono figlio maggiore, figlio minore, figlia e marito. Il marito ha la rasata da soldato, è lampadatissimo anche lui e ha una camicia di cotone bianco un po’ trasparente. Io non riesco a non pensare che, se fossero stati in Italia, questi qui avrebbero fatto parte dell’Esercito di Silvio.

La tipa si stacca e io torno a leggere, ma realizzo che mi mancano solo trenta pagine: devo distillarle per bene lungo le ore che mi aspettano. Alzo gli occhi e riconosco che la gaiezza smisurata del barista è così straripante che è lodevole: mi salvo il libro per dopo, gli chiedo una penna e gli faccio un ritratto sul sottobicchiere della mia birra. Lui mi raccomanda di disegnarli i muscoli delle braccia. Agli ordini. Magari non mi fa pagare la consumazione. Il disegno mi viene orrendo, ma lui è gasatissimo e lo sbandiera a tutti quanti. La signora lampadatissima mi fa gran segni di congratulazioni, ma, per fortuna, nessun altro mi chiede di essere ritratto. Il barista appende il sottobicchiere in cima alla credenza.

Siccome siamo pur sempre in un bar gay, finalmente arriva l’unico brano che posso finalmente godermi: passo sei supremi minuti, poi muoio quando gli ultimi sette secondi di Bohemian Rhapsody vengono troncati in un brano infame. Così decido che, dato che la mia birra è finita, non ho più motivo per rimanere lì dentro, che c’è un limite a tutto, che ho la mia dignità, che preferisco il vento a quel bar tremendo. Me ne vado, nonostante la tipa a cui piaceva il mio trucco (nonché la figlia della signora lampadata) mi cerchi di convincere a restare, offrendomi da bere. Mi faccio un giro che conferma che attorno è tutto morto, tento a caso a Chinatown e, dopo che un tizio su un auto mi raggiunge più volte e quasi si incazza perché non concordo con lui sul fatto che sia meglio berci qualcosa insieme piuttosto che andarmene in giro di notte, be’, dai, vediamo se i prezzi di quell’hotel sono vagamente accessibili. Entro. No, non lo sono. Scherzavo. Il ragazzo alla reception è un tipo tranquillissimo con i dreadlocks, gli spiego che devo solo tirare fino all’alba per il mio treno per Utrecht e gli chiedo se conosce almeno qualche pub aperto. Me ne indica tre, ma gli dico che li ho già visti chiusi. Spero che mi dica che posso almeno sedermi lì nella minihall per quelle tre ore che mi mancano. Ma non lo dice. E io sono più timida di quel che molta gente crede, non glielo chiedo.Volto i tacchi ancora una volta, questa volta alla presunta restante dignità, e torno nel bar gay più tamarro dei Paesi Bassi. (Che ci sia un barista gay è, a suo modo, una qualche ancora.) Naturalmente, il bar è sul punto di chiudere, ma ancor prima che io apra la porta, attraverso il vetro, la gran famigliola del Mulino Bianco Alcolico mi sgrana gli occhi dalla contentezza, afferrano la maniglia prima di me, la madre mi accoglie strombazzando che li devo assolutamente seguire nel prossimo bar, it’s really a lovely place. Le chiedo perché sarebbe così «lovely» (curiosa del suo metro critico…), ma il livello etilico le permette solo di ripetere che è proprio «lovely» e che io devo proprio seguirli. Mi è chiaro che la mia dignità ha, almeno, fatto posto a Bukowski e a Palahniuk, intanto il bar gay sta sbaraccando, così seguo la famiglia e mi dico che salterà fuori qualche “gonzo reportage”, da ‘sta cacchio di nottata, e almeno farò fare due buone risate a mio cugino McA. Hold on, Anansie è con me, entriamo in modalità etologia applicata: attraversiamo il centro centrissimo della borghesissima L’Aia e madre e figlia fanno in due il baccano di un’intera tifoseria calcistica, il padre con la rasata da ex militare in barca a vela segue il flusso e il figlio maggiore dello striptease si finge d’improvviso serio e manifesta tutta la cultura italiana imparata nel ristorante sardo dove lavora. Devo riconoscergli che non è stato affatto banale: non ha nominato né Berlusconi, né la mafia, né la pizza; si è limitato a sfoggiare un po’ di bestemmie.

Comunque, quella sera lì era il loro modo di spendere le vacanze. Mi sento a disagio come un infiltrato e trovo un po’ di potenziale empatia solo nel figlio minore, che avrà avuto quindici anni e sembrava adottato: loro tutti piazzati e chiassosi, lui educatissimo, silenzioso, mingherlino, imbarazzato e pure con l’apparecchio. Figliolo, ti auguro che una famiglia così traumatica ti porti per reazione alla rabbia rock più sana, il prima possibile. Piuttosto, parlerei con lui, ma sono monopolizzata tutto il tempo dalla figlia, con la camicetta militare strizzata con i brillantini, degli hot pants sfacciati e poco opportuni (ah, la mia minigonna non era così tanto mini, per la cronaca) e i modi di un trattore. Si chiama Anita. Anche la mamma si chiama Anita. Continuano a ripetere che sono uguali e si prendono a sculettate camminando. (Ora: mia zia ha chiamato sua figlia come lei, ma è sempre stato manifesto che fosse in onore della nonna di mia zia, non era un’autocelebrazione. La signora Anita, invece, ha fatto proprio un’autocelebrazione.) L’antropo-zoo safari finalmente approda a destinazione. Al «lovely place» di cui sopra, che dovevo assolutamente vedere.

Il «lovely place» che dovevo assolutamente vedere, signore e signori, è un bar squallidissimo a caso, con uomini tristi a caso e una trans molto contenta. Ah, e, ops, laggiù c’è un palo da lap dance. Grandioso. Me ne accorgo quando lo punta il figlio maggiore, che si dimentica che stava facendo finta di essere serissimo e informatissimo riguardo tutte le bestemmie italiane, e inizia a testarlo. Durante tutta la serata, mi era scappato più volte, in italiano, un «Non ci posso credere» e un «Dove cazzo sono finita». Più volte. Un sacco di volte. Ora mi scappa pure in inglese. Fortunatamente, non mi sente nessuno. Non sente nessuno, in generale, perché le peggiori hit sono sparate a volume improbabile. La figlia-trattore continua a chiedermi perché non ballo anche io e, con la madre e poi il padre e i fratelli, sfodera una sfilza di movenze che non ho voglia di riappellare alla memoria, estremamente volgari, durante le quali dice qualcosa tipo «Va bene così, tra padre e figli!».

Non capisco se è qualcosa come un’incredibilmente unica nottata folle nell’arco della vita di una famiglia assolutamente comune, oppure se tutti questi indizi possono dipingere un panorama effettivamente un po’ più complicato. Ma né io né voi andremo avanti nel mio esperimento di etologia applicata e fa molto piacere a tutti quanti. Nel frattempo, un altro esemplare umano, viscido ma stiloso come il Mr. Pink in borghese, attua la classica strategia dello sguardo perpetuo con sorriso. Qualunque cosa io faccia, il tipo mi fissa. Sono girata, ma siamo in cinque metri per uno e, su una parete, c’è uno specchio che la copre per tutta la lunghezza: io lo so sempre, che il tipo mi fissa. Il sole sorgerà e tramonterà e la mia vita cambierà, ma quel tipo mi fisserà per sempre. Per sempre. La famiglia abbandona il bar per andare in un’«altra discoteca» (questa era una discoteca?), ma non li seguo, perché è fuori città, e io sto solo aspettando il mio carissimo treno dell’alba, lì in centro. Rimarrò lì, in quel posto stupendo con il paletto della lap dance. Eta ha il suo libro. Il figlio maggiore, che alla fine era un umano migliore di sua madre (che faceva parte sicuramente dell’Esercito di Silvio), ci tiene a mettermi in guardia: quello è proprio un brutto posto, di solito sono tutti drogati e ci provano con le ragazze. Io, che non l’avrei mai detto, gli dico che è comunque meglio che stare fuori, dove troppa gente m’infastidisce per strada e tira pure un certo vento. Il tipo mi dà ragione e mi saluta con commovente preoccupazione. Io sono contenta di essere riuscita a non ballarci insieme, dato che non avevo alcuna voglia di agitare la mia minigonna mentre Mr. Pink mi fissava (sempre, sempre).

Io resto con una birra quasi piena offerta dalla signora, il che mi dà diritto a starmene seduta a leggere per un sacco di tempo. Molto buono. Sono le tre e il locale chiude alle quattro. Il treno è alle 05:27. Posso aspettare un po’ anche in stazione. Onesto. Così do le spalle al bancone e sto allo sgabello sulla parete di fronte (dove c’è lo specchio – e nello specchio c’è Mr. Pink, che mi guarda. Sempre).

Si avvicina un uomo enorme, con delle spalle gobbe e spesse circa mezzo metro, pelato, con la pelle tostata, una testa piramidale, una fronte bassissima e i due occhi lì in cima, pesantissimi, pronunciati e cadenti. Le labbrone sono una perenne smorfia all’ingiù. È gentilissimo, anche se, parlando, continua a sputazzarmi sulle guance. Mi dice una cosa che non avrei mai detto: sapete, non è affatto comune che lì la gente vada per leggere. Fa l’agente della sicurezza e mi racconta la storia della sua vita. Anche lui mi dice che quello è un posto orrendo e un po’ pericoloso (sono tutti drogati, sono tutti drogati). Mi dice che i Paesi Bassi gli fanno schifo e che gli piace un sacco il Belgio. Gli chiedo ottantasette volte perché, allora, non si trasferisce in Belgio. Finalmente mi dà una risposta, dice che gli piace il suo lavoro. Ok. Mi chiede perché, invece, io dico che amo i Paesi Bassi. Glielo spiego, lui sembra commuoversi un po’. Va a fumare una siga e mi lascia leggere.

Mr. Pink continua a vegliarmi dallo specchio; io continuo a leggere. Avanti il prossimo: un tipo tondo, tonda la pelata e tondo il naso a patata. Direi che era tutto piuttosto rotondo. Sottile, invece, il suo tono di voce, estremamente educato. Spero che la timidezza non sia imparentata con la frustrazione, poiché i rotondi, impacciati, con i nasi a patata, per colpa di Stanley Kubrick e Andrea Pazienza, per me sono tutti potenziali psicopatici o disturbati, fratelli di Palla di Lardo e Petrilli. (Non pensare a Palla di Lardo, non pensare a Palla di Lardo.) Non penso a Palla di Lardo, comunque il tipo mi domanda solo che libro sto leggendo (perché, sapete, leggere un libro in un posto del genere è una cosa un po’ strana) e ripete che non ha intenzione di darmi fastidio. Se voglio, mi offre una birra, ma senza poi volermi parlare, perché non vuole darmi fastidio.

La mia birra è quasi finita, ma gli dico che per ora sono a posto, ringrazio, continuo a leggere. Dopo una ventina di minuti torna l’agente della sicurezza.

«Ma qui c’è buio, come fai a leggere?».

Mi esce dalla bocca una frase che poi mi suona poco mia:

«Uno riesce sempre a vedere quello che vuole vedere».

«È proprio vero», dice il tipo, mentre io penso che non è vero affatto: se spegnevano davvero la luce, io mica ci vedevo, però poi penso a tutte le volte che ho fatto schizzi durante i concerti e il mio carnet non era mai illuminato. Però ciò non toglie che io non sia un gatto. (Nell’istante successivo, realizzo che peraltro sto leggendo un capitolo sulla teoria della visione.)

«Ti piace proprio quel libro, eh? È di filosofia?».

«Sì».

Mi stupisce che il tizio abbia sparato subito sulla filosofia, senza aver detto niente del libro prima. Ha l’aria di chi la sa lunga. Esce di nuovo. Mr. Pink e il suo compare abbandonano la postazione. Nel frattempo avevo captato un paio di suoi scatti seguiti a tutte le interazioni che avevo concesso a qualunque altro tipo di mammifero nei paraggi e mi aspettavo che, prima o poi, avrebbe preso coraggio anche lui, invece se ne va via. (Ma il suo sguardo sarà lì, sullo specchio, comunque, per sempre, fino alla fine dei tempi – lo giuro su tutte le bestemmie del figlio maggiore della signora di prima.) Il mio libro è quasi finito e il mio bicchiere è vuoto da un po’. Il tipo tondo, che era rimasto sull’altro sgabello tutto il tempo, mi chiede di cosa tratta il mio libro e se ora voglio qualcosa da bere, lui tanto va a ordinare comunque. Lo ribadisce ancora: non vuole darmi fastidio, però apprezza davvero molto che qualcuno legga. In realtà, mi sembra che sia assolutamente sincero. Mi lascio offrire un Amaretto e gli chiedo se legge.

«Non sono un buon lettore. Sono un tipo iperattivo… Sono un artista, faccio fatica a concentrarmi sulle parole. Riesco a concentrarmi solo su alcuni libri che mi coinvolgono completamente…Alcuni libri giapponesi…».

Gli dico che, in verità, non sono affatto una buona lettrice nemmeno io, praticamente per lo stesso motivo.

«Mi viene più spontaneo creare…».

«… che assorbire. Però, davvero, scusami. Non voglio distrarti dal tuo libro, solo che, sai, questa situazione è proprio surreale, mi generava molta curiosità… Curiosità buona».

In totale, si era scusato una dozzina di volte. Gli dico di non preoccuparsi, che la curiosità è una cosa sana e che anche la condivisione è interessante; gli dico che comunque in quel momento non avevo niente di pianificato e poi mi piace vivere il presente per quello che offre.

«Mi piace la serendipità, sai cos’è la serendipità?».

«Sì, una volta ho fatto anche una foto a un tatuaggio su delle costole con la scritta SERENDIPITY ».

Gli faccio qualche domanda riguardo la sua arte. Ha studiato pittura, ma ora fa principalmente fotografie; gli artisti lo chiamano “fotografo” e i fotografi lo chiamano “artista” (conosco la storia). Opera molto in Sud Corea e in Giappone. Lavora molto per la Yakuza – e solo ora noto le sue braccia tatuate: tutta la sua schiena è stata tatuata dai maestri che tatuano i membri della Yakuza; tornano a trovarlo proprio la settimana prossima. Poi mi chiede di più del mio libro e si interessa molto al concetto che espone – ossia che la coscienza non risieda nel cervello, né solo nel nostro corpo, ma sia intrinsecamente espansa anche nello spazio in mezzo, nello spazio attorno, nel nostro mondo. Mi dice che cerca di parlare molto dello “spazio in mezzo”, nelle sue opere, e mi cita alcune teorie neuroscientifiche che aveva letto. Nel frattempo, totalmente scollegato dal brano commerciale orribile nel locale, lì dietro un signore secchissimo con una giacchetta sgualcita balla come se fosse nel videoclip di Fifteen Feet Of Pure White Snow di Nick Cave & The Bad Seeds, in trance lentissima. (Robin – così si chiama il tipo tondo – ci tiene comunque a farmi badare al fatto che, in realtà, quel locale lì è un po’ rischioso, che di solito, sai, sono tutti drogati, e ci provano con le donne.) Quindi, ricapitoliamo: sono a Den Haag, in un bar per lap dance semivuoto, con una tipa trans e il clone di Blixa Bargeld in trance e parlo di neurofilosofia con un artista che lavora per la Yakuza. Abbastanza surreale, sì – o non esattamente coincidente con i piani che avevo per la mia nottata (ci tenevo a gustarmi un «piccolo pezzo di blues/metal/roba strana strumentale» che avevo ricevuto per e-mail). Io e Robin parliamo un bel po’, mi dice che spera di andare presto anche in Nord Corea, ma che è difficile per via del visto, non si può passare dal Sud Corea, bisogna andare dalla Cina. Gli dico che lo so, conosco qualcuno che sta cercando di entrarci. Robin torna sempre nei Paesi Bassi, mi racconta, ma si sente più a casa in Giappone. Questione di morale sociale, preferisce molto di più l’etica asiatica. Gli chiedo cosa intende: è qualcosa che ha a che fare con l’onestà e la moderazione, ma non si spiega molto dettagliatamente (e credo l’alcol rallenti un po’ la sua analiticità). Gli dico che sono curiosa riguardo il suo criterio, anche perché (ehm) ha detto che è amico della Yakuza e, be’, io non so quasi nulla della Yakuza, ma la parola “mafia” è sufficiente per non farmi sentire a mio agio – anche perché sono italiana e considero la mafia un problema gravissimo: per una volta, sono io a tirare fuori il discorso. Non mi dà una risposta alla domanda, mi fa capire che non ne fa certo parte, però è molto in contatto con loro. Mi racconta che la prima volta che si sono incontrati a L’Aia non potevano credere che lui stesse arrivando in bicicletta, si aspettavano una limousine.

«Non mi hanno mai creduto quando dicevo che sono un artista! Invece sono solo uno stupido artista».

«Perché dici “stupido”?».

«Non lo so…».

Sono quasi le quattro e la mattina dopo dovrà lavorare, quindi si deve incamminare. Il bar sta comunque per chiudere, quindi facciamo un pezzo di strada insieme – sento di potermi fidare, almeno quel che basta in questo momento. Mi ha dato il suo biglietto da visita con il sito dove poter sfogliare la sua galleria di opere. Sono molto curiosa di vedere cosa produce. Se vorrò scrivergli cosa ne penso, mi chiede, per favore, di essere totalmente onesta. I pareri critici a volte sono gli unici che lo possono far crescere. Vedo che sta per imboccare Chinatown, a destra.

«Ma la stazione non è dritto?».

«Sì, ma c’è una stazione anche da quella parte; io devo andare di lì».

«Ah, ok. Però io non so se ci sono treni per Utrecht, in quella stazione. Invece sono certa che dopo ce ne siano, dalla Stazione Centrale».

Quindi ci salutiamo. Me ne vado con una buona sensazione. Mi sembra, comunque, di aver incontrato una persona “dritta”, piena di rispetto – anche se qualunque cosa abbia a che fare con una mafia sia totalmente contraria alla mia etica. Arrivo alla stazione, è ancora chiusa. Aspetto lì alle porte, col mio libro sul grembo. Chi le apre, con la cortesia che ho sempre incontrato in ogni singolo dipendente delle ferrovie olandesi, mi domanda che treno aspetto. «Il treno per Utrecht. Ho perso quello poco prima di mezzanotte».

«Per la prossima volta… A venti minuti da qui c’è una stazione da cui partono treni per Utrecht tutta la notte».

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Eleonora Liparoti
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