Vita di Maro

V

Un giorno naque (sì, proprio “naque”, senza la “c”) un bambino. Appena uscito dal pancione di sua madre cominciò a ridere, anziché piangere. Tutti compresero immediatamente che si trattava di un fatto strano; solo uno non capì, perché era scemo.

L’imberbe e ridente essere fu accolto da un coro di «QQQQQQQQQQ», tanto stupore suscitò.

La madre Ardua e il padre Ronco diedero al neonato il nome di Maro, perché erano indecisi tra Marco e Mario; dopotutto, Marcio, come nome, non è il massimo (Marico non venne neppure preso in considerazione) e, si sa, togliere è sempre meglio che aggiungere. Un anno dopo la nascita, Maro aveva già tre anni, ma ne dimostrava uno; nessuno seppe spiegare il motivo di questa anomalia. All’età di due anni compì il primo passettino zompando da Reggio Calabria a Messina, così per lazzo; i giudici (che si trovavano dei paraggi per un pic-nic e videro tutto) non convalidarono il record del mondo di salto in lungo, asserendo che c’era troppo vento a favore.

Il primo giorno di scuola fu memorabile: all’arrivo in classe del professore, Maro, sempre in vena di frivolezze, gli lanciò una pesante incudine in testa. Il povero insegnante, che aveva nome Gianni Filcollins, non si arrabbiò mai con il piccolo tesoro, sia perché era tanto buono, sia perché era morto.

Preso dall’intraprendenza che lo contraddistingueva, Maro assunse personalmente il ruolo di precettore per tutti i suoi compagni; le materie di studio erano: intrallazzo di corte, epatite applicata, decapitazione della libellula gigante, danza classica (solo orale) e peto ritmico.

Tutto sommato l’anno scolastico filò liscio, eccettuata la gita di classe alla fabbrica di autospurghi, in cui il piccolo Raffaella (i suoi volevano una femmina) finì risucchiato da un tombino mentre inseguiva una donnola che gli aveva rubato il cappello da cow-girl.

Finita l’esperienza di insegnante, Maro decise di intraprendere la carriera, senza però specificare quale.

Ogni mattina, al risveglio, decideva il mestiere che avrebbe svolto fino alla sera (e non oltre). Fu primo ballerino al teatrino delle marionette di Peppe Fetecchia, presidente degli Stati Uniti di Barletta, politico corrotto-e-poi-pentito-ma-subito-dopo-il- pentimento-resosi-irreperibile-coi-miliardi-rubati-lasciando-tutti-con-un-palmo-di-naso (anche se disonesto, in un solo giorno vi pare poco?), re dei balocchi e mille cose ancor.

Stanco di dedicarsi solo ed unicamente al lavoro, decise di farsi una famiglia. Si recò al negozio di bricolage ed acquistò tanto compensato, dal quale ricavò una bellissima moglie, che chiamò Sonda, e trentatrè splendidi bambini, quindici maschi e quindici femmine, ai quali decise di dare i nomi dei quindici mesi, declinati al maschile per le femmine e al femminile per i maschi, per non sbagliare.

Purtroppo l’idillio non durò a lungo: durante una festa con gli amici, Maro stava agevolmente conducendo una gara di piriti (dal siciliano piriti, peti), quando qualcuno ebbe la sciocca idea di piazzargli una fiamma ossidrica accesa davanti al popò proprio mentre lanciava una rènza. Risultato: una fiammata paragonabile solo all’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. per intensità e potere distruttivo investì la povera moglie, che era intenta a stare ferma di fronte ai figli, anch’essi fermi (d’altronde erano di compensato, non è che si potesse pretendere tanto di più da loro). Maro era disperato, aveva appena incenerito completamente e inesorabilmente la sua unica e amata famiglia. Fu in questo momento che gli fu fatto notare dalla sua migliore amica Domenica Sabato che quello che aveva fatto era semplicemente bruciare un po’ di sagome di legno, per di più mal realizzate (Maro non era mai stato un granché come falegname).

Questo lo tirò su moltissimo. Lo tirò talmente su che andò a sbattere violentemente sul soffitto, cosa che lo costrinse a trascorrere alcuni giorni in ospedale. Per ringraziare la sua amica Domenica Sabato di averlo tirato su le mise una larva di bigattino[1] nel caffelatte, cosa che lei adorava.

Tornato a casa trovò una sorpresa, ma che dico, un’incredibile sorpresa. Talmente incredibile che non ci credette e la incenerì all’istante con la sua lancia termica.

Nessuno sa veramente cosa trovò Maro quel giorno.

Un giorno Maro ricevette una lettera, non era indicato l’indirizzo del mittente, c’era solo una vistosa macchia di ragù alla bolognese, leggermente sotto di sale.

Curioso come non era mai stato (in effetti Maro era stato curioso solo una volta prima di allora, al momento di aprire il suo primo uovo di Carnevale, ma in verità in quell’occasione non si era trattato proprio di curiosità, direi più un lieve squilibrio intestinale dovuto a una colossale scorpacciata di cozze alla marinara), si apprestò ad aprire la busta con un colpo di karate metropolitano. All’interno c’era un minuscolo nano di gesso, con appeso al collo un altrettanto minuscolo cartello, con scritto SONO TUO FIGLIO .

Ripresosi dallo shock iniziale, gli venne alla mente l’avventura avuta anni e anni prima (due anni, ad esser precisi) con la scogliera di gesso di Dover; si trattò di un amore giovanile e travolgente, pochi giorni di ardente passione e poi ognuno a casa propria.

Decise di accogliere nella sua casa il lillipuziano pargolo, che si dimostrò, oltre che riconoscente, anche alquanto ornamentale sulla credenza della cucina.

Maro si poteva dire felice, solo una cosa lo crucciava: non aveva mai visto l’Italia in miniatura con tutti quei piccoli monumenti. Là avrebbe potuto realizzare il suo sogno: essere uno spaventoso gigante per poter distruggere ignare città sotto i suoi passi. E poi voleva conoscerne gli abitanti, chissà com’erano piccini, magari ne avrebbe portato qualcuno per fare compagnia a suo figlio Giangianni. Così un giorno Maro decise di partire per un lungo viaggio, viaggio che lo avrebbe portato finalmente a vederla, l’Italia in miniatura. C’era un solo problema: non aveva la minima idea di dove si trovasse.

Ebbe un’idea geniale: partendo dal polo nord sarebbe disceso procedendo a spirale fino a quando i piccoli monumenti non si fossero materializzati sotto ai suoi piedi; era troppo orgoglioso per chiedere informazioni a qualcuno.

Si stufò ben presto di errare come un imbecille, anche perché dopo pochi giorni di viaggio i giramenti di testa si fecero insopportabili.

Al rientro a casa fu preso da un senso di stanchezza (misto ad una squassante aerofagia), forse dato dallo stress del ritorno al suo lavoro; dovete sapere che Maro aveva ricominciato a svolgere il mestiere di insegnante in una scuola di recitazione per muti.

Decise quindi di ritirarsi in campagna per allevare lumaconi da traino e vivere a contatto con la natura, nella cascina di famiglia a Porto Marghera.

Ormai da anni Maro conduce una vita tranquilla in compagnia dei suoi amici: orsetti di gomma, uno statista fallito, un taglialegna ghiotto di polistirolo e un bullone.

Ogni giorno si sveglia, conta fino a settecentomila e torna a letto.

Ed è finalmente felice.

1 Bigattino: larva della mosca carnaria (Sarcophagidæ). Si tratta di un piccolo verme biancastro (ma sono anche reperibili, colorati artificialmente, gialli, rossi, verdi) che durante il suo ciclo, prima della metamorfosi, si ciba di carne in putrefazione.

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