Lo specchio di Itzamà

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Francisco Tucumàn aveva trascorso gli ultimi vent’anni della sua vita in stato vegetativo presso l’ospedale psichiatrico di Millwood, dopo essere stato rinvenuto in una foresta in Messico, dove stava compiendo delle ricerche. In passato era stato professore ordinario di Storia delle Religioni presso la Cornell University (lo conobbi là). Da anni mi recavo periodicamente a fargli visita; lui se ne stava tutto il giorno nel letto, con gli occhi sbarrati,  o sguardo assente e un’espressione che solo ora riesco a decifrare.

La notizia della sua morte mi spaventò, in fondo aveva solo cinquant’anni.

Il funerale si tenne nella vecchia chiesa di San Lorenzo; a rendergli omaggio c’erano tutti quelli che erano stati i suoi colleghi, e miei. All’uscita della chiesa fui bloccato da un uomo, alto e dall’aspetto familiare. Mi disse di essere l’infermiere che nei passati anni si era occupato di Francisco (in effetti, in quel momento ricordai di lui). Disse di aver trovato una busta nel suo letto e di averla conservata fino a quel giorno, quando era venuto a sapere che  sarei stato alla cerimonia. Gli domandai perchè non me l’avesse fatta avere prima, ma non ebbi risposta.

Mi venne consegnato un plico alquanto voluminoso, recante il mio nome scritto in stampatello sul risvolto. Giunto a casa lo aprii e notai che conteneva pochi fogli pieni di segni apparentemente privi di senso, nei quali comunque riconobbi la mano del mio amico. Una nota a macchina su un foglietto appuntato alla busta diceva che quella era l’ultima cosa scritta da Francisco appena dopo l’internamento e dopo aver azzerato tutti i rapporti con il mondo esterno. I dottori non vi attribuirono alcun significato, considerandola del tutto inconscia.

Nonostante l’opinione degli psichiatri, un paio di simboli mi risultarono familiari. Quasi per caso capii che si trattava di un’antichissima lingua di origine Maya. La mano era evidentemente rigida e impedita, ma assolutamente determinata. È stato il suo ultimo atto, con il quale volle tramandare un segreto. Impiegai mesi a tradurre l’intero manoscritto.

Parlava di uno studio da lui condotto anni fa a proposito di un’antica leggenda scritta nel Popol Vuh, il libro sacro dei Maya, secondo la quale al tempo della creazione del mondo il dio Itzamà fuse uno specchio magico. La leggenda dice che in esso si rifletta l’intero universo, ogni luogo e ogni tempo hanno lì la loro immagine. Chi vi rivolga lo sguardo vede ogni cosa in ogni era passata e futura, vede la propria nascita, vede il proprio pianto appena nato e nel suo pianto vede il pianto di ognuno e vede tutte le possibilità della propria morte, che sono infinite. Vede tutta la nascita e la morte di tutte le stelle, vede l’inizio e la fine dello spazio e del tempo.

Era lì che il dio si fermava a rimirare la sua opera.

Francisco riportava di aver scoperto l’esatta ubicazione del tempio dov’era custodito lo specchio (vicinissimo a dove è stato poi trovato privo di sensi, a nord degli scavi archeologici presso Uxmal). Immaginavo il suo preliminare scetticismo nei confronti della materia del suo studio; il suo interesse per quei miti rimaneva puramente storiografico, magari pensava di scrivere un saggio sull’argomento. Scelse di occuparsi di storia delle religioni rimanendo un osservatore imparziale. Non credendo in nulla che non potesse essere dimostrato rigorosamente, si fece portatore del metodo scientifico presso i mistici.

Era il 18 aprile del 1930 quando Francisco raggiunse il punto a cui lo avevano portato le sue ricerche. Con sorpresa quello che trovò fu un tempio sotterraneo, fatto del tutto inaspettato. L’ingresso si trovava sotto una statua con l’effigie di Itzamà. Una scala portava a un’enorme ambiente dalla forma circolare, adorno di complessi motivi geometrici che partivano dalla base delle pareti e si ramificavano fino al soffitto. Una strana luce diffusa che non sembrava provenire da nessun punto in particolare rischiarava l’antico luogo di culto; lungo i lati una lunga iscrizione metteva in guardia gli uomini a proposito di un misterioso pericolo.

Fu molto colpito dalla circolarità della struttura e dal fatto che fosse interrata; le due cose non rientravano assolutamente in ciò che lui conosceva sull’architettura dei Maya, che usavano costruire imponenti edifici di forma piramidale a base quadrata, accentuando il più possibile la tensione verso il cielo. Tutto ciò non poté che accrescere il suo interesse, la scoperta era sensazionale. In mezzo c’era un grande altare di pietra scolpita in un blocco unico con il pavimento, alto circa un metro. Sulla sommità, posto orizzontalmente, lo specchio. Muovendosi lentamente raggiunse il centro della sala. Si sporse e d’istinto chiuse gli occhi, infastidito dalla luce riflessa della torcia elettrica. Sempre tenendo gli occhi chiusi la spense, e l’appoggiò a terra.

Poi aprii gli occhi.

Queste le sue ultime parole.

Forse non riuscì mai a comprendere veramente il vero significato di ciò a cui assistette. La sua ragione non poté far altro che arrendersi ad un’evidenza alla quale fino ad allora si sarebbe rifiutato di credere. Quella era la finestra da dove il dio contemplava la sua creazione, e non poteva essere osservata dall’occhio di un uomo senza corromperne lo spirito. Da quel giorno al giorno in cui morì il suo tempo si contrasse in un unico momento, il momento in cui ci si sveglia storditi da un sogno bellissimo, e si vorrebbe protrarre quell’attimo fino all’infinito, e arrivati alla fine ricominciare a sognare. Smise di parlare, perchè nessuna parola di un linguaggio naturale avrebbe potuto racchiudere il senso di ciò che avrebbe voluto dire. Smise di vedere e di sentire, così che il mondo non lo disturbasse, d’altronde il mondo lui lo conosceva già, l’aveva visto tutto passare di fronte ai suoi occhi quella notte. Smise di pensare alla vita che aveva vissuto e a quella che avrebbe potuto vivere, aveva vissuto tutte le infinite vite possibili quella notte solo guardandole,  passivamente. Smise anche di ricordarsi di se stesso, in fondo era così poco importante per lui sapere chi fosse; lui, per un tempo infinito, era stato tutto e tutti. Quell’istante lo invase e, sapeva, non l’avrebbe lasciato mai. Così, la mattina del 19 aprile del 1930, Francisco Tucumàn, all’età di trent’anni, partì con la sua mente per un viaggio senza ritorno, forse alla ricerca di qualcosa che non gli fosse familiare.

Ora di certo si trova in un luogo fantastico, un universo intero tutto suo, dove ogni cosa è molteplice perchè può esser vista da ogni punto, e ogni punto dello spazio racchiude in sé lo spazio intero. Guardandosi intorno Francisco può di nuovo vedere e sentire tutto, ma quel tutto non è più quello che già vide allo specchio, è diverso.

Ora sono passati anni ed è il mio turno. L’altare di Itzamà si trova proprio di fronte a me, e anch’io fra poco aprirò gli occhi. Non so cosa succederà dopo, come mi sentirò, né se esisterà per me un dopo. Ho voluto che nessuno sappia che mi trovo qui. Forse qui ci morirò, ma quando accadrà avrò già dimenticato di essere esistito. Con l’ultimo brandello di coscienza il mio più grande amico mi ha dato la possibilità di vedere ciò che ognuno desidererebbe vedere: ogni cosa.

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Leonardo Calvi
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