LA SCOMPARSA DI UN QUASI TESTAMENTO

L

… Lentamente i suoi occhi stanchi passavano in rassegna le pagine di quel libro che aveva letto e riletto decine di volte. Avvertiva dentro di sé un peso enorme, un’angoscia costante, quasi come se la sua mente fosse continuamente e sistematicamente in preda a misere, squallide, folli perversioni. Il fisico e lo spirito, infatti, in quegli anni ne avevano parecchio risentito. Ora era arrivato ad un punto tale di depressione da non riconoscere più alcuna differenza tra la vita e la morte. Dove stava la discriminante? Se vivere significa esprimere se stessi in un grande e libero atto di volontà, che senso aveva vivere quando qualcuno poteva decidere di mandarti all’inferno premendo un piccolo e fottutissimo bottoncino? Che senso aveva, se l’eliminazione istantanea e ingiustificata di ogni essere umano, se non di un popolo intero, poteva essere concordata a tavolino da un ristretto gruppo di potenti signori del mondo? In ogni caso aveva già capito che era inutile combattere. Aveva già capito che se non poteva essere padrone della propria vita, per uno stupido e paradossale senso di rivalsa, lo sarebbe stato della propria distruzione.

Per un istante distolse l’attenzione dal libro che teneva appoggiato sulle gambe. Da seduto che era distese con fatica il suo corpo debole e scarno su tutta la lunghezza del divano e sospirò, cercando di trovare tra i pensieri ancora annebbiati dall’alcol una ragione, un amore, un’immagine che gli ricordasse chi era un tempo, un barlume di dolce e allo stesso tempo amara speranza che oscurasse quella perenne sensazione di impotenza, di morte, di essere GIÀ morto.

Tenendo lo sguardo fisso rivolto al soffitto si sforzò di afferrare il bicchiere semi vuoto riposto sul bordo del tavolino e sorseggiò un po’ del solito whisky.

“Dan! Invece di startene lì a grattarti vedi di alzarti e di andare a cercare un lavoro! Dobbiamo pagare l’affitto e non abbiamo un soldo… Dan? Mi hai sentito? Dan! Merda, sei ancora ubriaco fradicio! Quand’è che smetterai di bere, eh?” “Cosa c’è adesso, Patty? Non vedi che sto pensando? Lasciami in pace! Vattene in cucina e vedi di non rompere!” rispose stizzito e quasi senza voce alla ragazza.

Patty era la sua convivente. Non era né la sua fidanzata né tantomeno una persona alla quale si sentiva legato. Si trovavano nello stesso appartamento semplicemente perché condividevano gli stessi problemi, le stesse ansie, le stesse paranoie, lo stesso esilio.

La madre di lei, infatti, si era trovata costretta a fuggire clandestinamente dall’Italia con tutta la famiglia perché moglie di un sindacalista dissidente nei confronti del regime. Il marito arrestato, torturato, mai processato, e misteriosamente scomparso, probabilmente era stato giustiziato, ma nessuno sapeva nulla, nessuno vedeva nulla, proprio nessuno.

“Maledettissima pioggia inglese!” imprecò Dan squadrando attraverso il vetro della finestra le pozzanghere sulla strada e poi, più in alto, oltre i tetti degli edifici, sopra le teste degli uomini indifferenti, il cielo plumbeo e nuvoloso. Dal secondo piano si poteva vedere praticamente tutto. Gli pareva quasi che qualsiasi cosa, che ognuno di quei goffi inglesi impacciati nei loro impermeabili fosse sotto il suo più stretto controllo. Nella sua deviata fantasia questo gli procurava un’enorme soddisfazione. Almeno lui credeva in qualcosa.

Lui sapeva come sarebbe andata a finire. Ma non era un veggente, e se lo era derivava dal fatto che sapeva troppo della vita. Sapeva anche le più piccole cose della vita.

Esageratamente piccole, impercettibili nella loro infinita potenza.

Si accese una sigaretta.

Le spirali di fumo che si dileguavano nella penombra di quel pomeriggio uggioso accecavano con il loro calore gli occhi arrossati dal sonno e dalla sbornia non ancora smaltita. Se li si strizzava e fregava con le mani come un bambino appena sveglio dopo una lunga dormita.La barba non fatta, i capelli arruffati e i vestiti non troppo puliti gli conferivano un’aria da insoddisfatto, da poeta maledetto, da fuggiasco, da preda dopo un lungo inseguimento, da cacciatore in cerca di sé o, forse, molto più semplicemente, da uomo rassegnato ad una realtà beffarda e malvagia, con il mondo prima ancora che con lui stesso.

“Dan!” urlò Patty.

Come odiava quel nome.

“Daaan!”

Un giorno o l’altro l’avrebbe nuovamente cambiato.

“Dan! Rispondimi una dannata volta!”

Chissà quando?

“Dan? Cazzo!”

L’importante è risolvere i problemi alla radice.

“Dan, ora vengo di lì e ti ci mando io a cercare un lavoro, a calci!” Si girò furiosamente e guardò il cassettone della credenza. Lì dentro teneva una bellissima pistola. Poi voltò il suo sguardo verso la donna che sopraggiungeva ferocemente dalla cucina. Non si mosse. Quella pistola non era per lei.

Patty si avventò su di lui schiaffeggiandolo ripetutamente senza che Dan se ne fosse reso conto. A strattoni lo trascinò verso la porta d’ingresso.

Finalmente era fuori, sulle scale. Barcollando affrontò gli scalini e poi fu in strada. Respirò a pieni polmoni l’aria umida e fredda dell’asfalto, nonostante essi fossero provati da anni di irresponsabile tabagismo.

Incredibile! Quel possente ed indescrivibile flusso di persone che ingombrava e traboccava dai marciapiedi, le prime, deboli luci dei lampioni e dei negozi scalfirono quella scorza di inconsapevole quiete che caratterizzava il suo pallido volto.

Improvvisamente avvertì come dei cerchi alla testa che lo disorientarono. Ci furono alcuni istanti in cui addirittura non riusciva a ricordare in che luogo si trovasse.

Troppi mesi erano trascorsi dall’ultima volta che aveva messo il naso fuori da quel cesso del suo appartamento. Il fatto era che non poteva certo mostrare così liberamente il suo faccino in giro. Dan non era una persona normale. Oltre alla panciotta da esperto bevitore, si distingueva dalla massa per molte altre cose, ma soprattutto per un passato che, in quegli ultimi giorni chissà perché sempre più frequentemente, riaffiorava tremendo e violento nei suoi sogni.

Resosi conto di essere completamente inzuppato dalla testa ai piedi, abbandonò le sue riflessioni e decise di ripararsi presso un edicola a pochi passi da lui. Entrò.

Il giornalaio cordialmente lo salutò come faceva con chiunque entrasse lì dentro rivolgendogli il solito buon pomeriggio.

“Buon pomeriggio?! Ma che cazzo hai vecchio rimbambito? Ti sembra un BUON pomeriggio? Evita di dire stronzate, ok! Questo non è un buon pomeriggio, non è mai stato un buon pomeriggio e non sarà mai un fottuto buon pomeriggio! Chiaro?” “Cristo, volevo solo essere gentile! Che le prende, Mr? Cerchi di calmarsi. Altrimenti, se non compra nulla, se ne vada via! Non è certo colpa mia se la sua donna la fa soffrire (del resto solo le donne fanno incazzare gli uomini fino a questo punto!)” sbottò con timido e forzato orgoglio il vecchio edicolante, che nel frattempo aveva ben pensato di rintanarsi dentro la piccola cabina dove stazionava ogni giorno richiudendo lo sportellino di vetro.

“Fatti gli affari tuoi! Troppa gente mi sta appiccicata al culo e non mi piace! Ora dammi il giornale di oggi. Voglio vedere cosa succede in giro. Sai, è un po’ che non m’informo”.

Il giornalaio ebbe qualche attimo di esitazione poi eseguì l’ordine.

“Dunque, mi deve…”

“Non ti devo proprio nulla. Ci vediamo…”. Non aveva un centesimo in tasca. Strano.

“Ehi! Aspetta! Dove vai? Torna qua!”Dan si allontanò di corsa dall’edicola, sempre più veloce, impedito nei movimenti dagli

indumenti ancora bagnati e, quindi, pesanti. Correva, correva, correva come non aveva mai fatto prima. Ad un tratto si rese conto che non stava solo correndo, ma stava FUGGENDO. Ancora, per l’ennesima volta nella sua vita. Il fiato mancava e il respiro era affannoso. Stavolta decise di ripararsi in una cabina telefonica.

Nella testa regnava la più totale confusione, mentre le gocce di pioggia battevano i vetri della cabina scandendo un ritmo simile a quello di una danza tribale.

Sfinito si accasciò sul pavimento e sfilò dalla tasca il giornale. Lesse.

Il suo cuore cominciò a battere impetuosamente e rumorosamente fino a far male per le fitte lancinanti. Gli occhi iniettati di sangue e i denti marci digrignati disegnarono sul suo ghigno un’espressione terrificante.

Dan stava offrendo agli ignari passanti uno spettacolo sicuramente inconsueto. Quelle smorfie di sofferenza. Quello sguardo allucinato e inumano. Quei gemiti striduli soffocati dal pianto che echeggiavano attraverso i battenti della cabina telefonica. Dan si mostrava ora al mondo nella sua infinita disperazione.

“L’HANNO LANCIATA! L’HANNO LANCIATA! COS’HANNO FATTO!… COS’HO FATTO!” si mise a sbraitare da dentro la cabina dimenandosi selvaggiamente, mentre contorceva le articolazioni in posizioni orribilmente impossibili.

Si sollevò sui piedi tutto agitato e fuoriuscì da quella specie di gabbia che improvvisamente gli sembrò troppo stretta.

“Figli di puttana! Ce l’hanno fatta! Che ne sarà di noi, di tutti noi? Pazzi, pazzi!” Con il giornale ancora ben impugnato si diresse verso casa, imprecando e bestemmiando contro un Dio che non aveva più intenzione di conoscere.

Sfondò il portone che dava sul cortile del condominio dove abitava con una robusta spallata, si avventò sulle scale mangiandosi cinque gradini alla volta e inciampando ogni dieci. Giunto al secondo piano si ritrovò di fronte alla porta d’ingresso del suo odiatissimo monolocale illegalmente adibito per due persone. Non gliene fregava nulla se quella dannata donnaccia l’avrebbe importunato all’istante con quei dannati insulti e con quel dannato dito puntato in aria. Glielo avrebbe spezzato. Così fece. Poi la picchiò fino a quando il sangue che le riempiva la bocca non le impedì di emettere qualsiasi verso. La stava odiando alla follia. I suoi nervi non potevano certo sopportare in quel momento le lamentele e i rimproveri di una sgualdrina italiana. Lei credeva di essere una vittima soltanto perché era stata costretta a smammare dal suo paese per colpa di alcuni governanti con indosso l’uniforme. A scene di vittimismo non voleva assistere affatto.

Ormai erano o sarebbero stati tutti delle vittime. La cosa strana e che non lo sapevano o, peggio ancora, non se ne rendevano conto.

“È la fine, stavolta è la fine davvero!” non piantava mai di urlare a squarciagola, mentre le lacrime che sgorgavano incontrollate dagli occhi si confondevano con il sudore che grondava dalla fronte.

Che fare in una situazione del genere. Non sapeva. Allora, come per istinto, fissò il suo sguardo sul cassettone. Poi si ritrovò con tutto il corpo in quella direzione.

“Non ora, Dan! Non ora, Dan! “pensò ad alta voce.

Scrutò attentamente ciò che c’era attorno a lui come se stesse cercando qualcosa.

“Ecco! Trovato…”

Afferrò carta e penna e cominciò a scrivere:

“Cari colleghi,

ho dovuto prendere atto, con mio grande dispiacere, del fallimento totale al quale il mondo scientifico è tristemente approdato. Interrompo solo adesso il mio voluto e misterioso silenzio perché spinto dal dovere morale che ancora, nonostante la mia prolungataassenza dalla ricerca e la salute cagionevole, mi appartiene. Devo constatare che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Stiamo assistendo ad un clamoroso quanto vile stravolgimento degli obiettivi e delle funzioni che, dalla rivoluzione scientifica cinquecentesca in poi, la comunità degli scienziati si era posta. Se la scienza, in quanto prodotto dell’ingegno umano, trova la sua ragion d’essere nel servire l’uomo stesso, non è assolutamente tollerabile e ammissibile che le sue scoperte e le sue invenzioni vengano così maldestramente riposte nelle mani di un’èlite desiderosa esclusivamente di combattere le proprie guerre. Dobbiamo renderci conto che non siamo noi a “fare” la scienza. È il popolo, sono i popoli, è la società nella sua dimensione collettiva che deve indirizzare, secondo le proprie esigenze e secondo i propri bisogni, gli ambiti dei nostri studi, dei nostri interessi. Accettare una separazione di questo tipo tra scienza e società, quindi tra scienza e umanità, significa suggellare una pericolosa gerarchia che pone lo scienziato come padrone indiscusso e come controllore di se stesso e delle proprie azioni.

Secondo questa concezione la società, cioè l’uomo, rischia di non essere più protagonista principale dell’agire scientifico, diventando di conseguenza egli stesso prodotto della scienza.

Combattere un’involuzione del pensiero di questo tipo significa riportare l’uomo di scienza sulla giusta strada verso il ricongiungimento con un’etica ben precisa. Quell’etica che non deve essere vista come limite, o come somma di pregiudizi anti-scientifici, ma come spunto valoriale di base sul quale strutturare il nostro lavoro. Questa è una lotta per la democratizzazione della scienza. È una lotta per la democrazia vera, non per quella fittizia e apparente nella quale siamo tutti birilli inermi e ciechi. Il mio è stato un esilio dettato dalla convinzione di rappresentare per qualcuno, insieme alle mie ricerche, una valida risorsa per la realizzazione di infelici scopi, oltre che futili dal punto di vista dell’innovazione scientifica.

Con questa lettera intendo palesare il mio dissenso e la mia più totale disapprovazione nei riguardi di quegli studiosi ed esperti che hanno contribuito alla progettazione e, successivamente, alla costruzione della bomba atomica. Ritengo ovvio attribuire loro la maggior parte della responsabilità di ciò che è accaduto in quanto conoscitori degli effetti catastrofici che essa avrebbe determinato. In particolare sento il bisogno di rivolgere il mio sdegno a chi ancora oggi ha il coraggio, io la chiamo mancanza di dignità, di ritenersi fautore dell’assoluta irresponsabilità sociale dello scienziato.

Detto ciò, considero meno offensivo essere responsabili della propria morte (una morte alla quale il mio stile di vita presto o tardi mi porterà!), piuttosto che di quell’altro genere di morte che viene offerta imbellettata con frasi di Libertà e Democrazia e Umanità e/o un po’ tutta quella Merda.

Senza riporre la benché minima speranza nel futuro, confido nell’eventualità di presenziare un giorno ad una nuova rivoluzione, delle coscienze prima ancora che della tecnica, della società prima ancora che della politica. A Voi tutta la mia ingratitudine.

Ettore”

Dan sembrava ora finalmente tranquillo. Pareva avesse ritrovato una pace interiore che da tempo la sua anima non conosceva. Cautamente adagiò la penna sulla scrivania, riordinandone l’assetto con estrema meticolosità. Mise una mano in tasca, estrasse un accendino, ci giocò per qualche secondo accennando con le labbra a un impercettibile sorriso di soddisfazione, e bruciò il manoscritto. Del resto chi mai avrebbe capito la preziosità dei messaggi che un povero pazzo stava mandando al mondo?! E in ogni caso era sempre meglio essere pazzi piuttosto che inconsapevoli (ma sarà proprio vero?) assassini! Dan si alzò dalla sedia e andò a rispolverare quella pistola che tante volte aveva pensato di utilizzare. Prese la mira e puntò la canna verso Patty, svenuta in terra per le percosse subite.”A che serve ucciderti, quando sarà qualcun altro a farlo al posto mio?” si domandò.

Allora puntò la pistola alla propria tempia e premette il grilletto.

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Giovanni Bodini
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