Villetta Blues

V

E mi raccomando, dice don Omar, Ricordiamoci che siamo in un ambito particolare, l’oratorio ha una funzione ben precisa. E se, da parte nostra, siamo contenti di mettere a disposizione della squadra di calcio l’uso del campo, saremmo altrettanto contenti di ottenere in cambio un sforzo da parte di tutti voi affinché ci sia un comportamento sportivo degno delle circostanze. Non dico, prosegue intrecciando le mani dietro la tonaca come un professore, Che ci si debba sempre dare la mano dopo un calcetto nello stinchetto oppure dopo un insulto, sono anch’io realista, anch’io mi sono dilettato col giuoco del pallone, da giovane. Ma almeno che non si sentano bestemmie e che non ci siano scene di violenza, questo mi pare che sia lecito attenderselo, non credete? Sì, don. Sì, lo crediamo! Dicono tutti all’unisono.

Alcuni tengono basso lo sguardo, non stanno neppure ascoltando. Ci sono circa venti persone a bordocampo, già pronte per il primo allenamento. Son tutti a cerchio intorno a don Omar, che è più giovane di alcuni di loro. L’oratorio gode di una sorta di magra reputazione, vicende personali di alcuni affiliati del passato, disperazioni familiari, droga ed altre cose così. Ma è anche uno di quelli che oggi funziona meglio in città. Proprio per quelle antiche vicende, i bambini oggi qui sono seguiti con attenzione. Tutti i giocatori presenti sono cresciuti qui, sono come una grande famiglia che sopravvive. Il percorso formativo, se così si può definire, è similare per tutti i presenti, l’oratorio è sorto quando l’area era considerata periferia. Oggi è stato inglobato dalla città, ma all’epoca questa sottile differenza del ‘margine’ si è fatta sentire, i valori che venivano automaticamente appresi non erano le parabole del prete. Erano il gruppo, lo stadio, la figa, le droghe.

Il campo da calcio a undici è bello verde, ma il tappeto cela insidie, le talpe baloccano allegramente sotto il manto e non c’è illuminazione. Per le partite notturne l’Urania calcio si dovrà trasferire al neutro di San Felice, quattro chilometri fuori città. Il rettangolo si trova stretto tra un vialone asfaltato a due corsie (velocizzato dalle forze dell’ordine quando il comune è in deficit), la sezione posteriore del centro ospedaliero cittadino (comprensiva di manicomio ed obitorio), una striscia di campi che culmina con la visuale tipo fortezza sul colle del carcere circondariale e, infine, una miserrima serie di case a schiera dai muri scrostati e i panni appesi sul retro ad asciugare, dai colori smorti e anneriti dall’umidità.

Nessuno ricorda più l’origine del nome della squadra, c’è chi giura dipenda dal famoso vagone di uranio impoverito abbandonato sul vecchio binario che transitava vent’anni fa accanto al campo, e chi parla invece della prima donna che mise piede nel quartiere e che, essendo pazza, giurava di chiamarsi Urania (ciò si sposa con la presenza accanto al campo della sezione neuropsichiatrica

dell’Ospedale Maggiore). C’è infine anche qualche intellettuale locale che asserisce sicuro che il nome Urania derivi dalla ben nota collana editoriale fantascientifica.

Eppure il nome non è fuori luogo. Quando scendono in campo, queste persone sono pericolose come scorie radioattive.

Il campionato di C.S.I. è il girone oratoriale degli amatori, teoricamente il ramo più tranquillo della federazione. L’Urania calcio però è una mina vagante.

Non è mai stata così forte come quest’anno e così pericolosamente piena di nervosi.

Intorno al pretino è riunita una cerchia di persone duramente saggiate dalla vita, ognuno di loro coi suoi patemi alle spalle, ognuno con una sana dose di rancore represso. Questi ragazzi sono il prodotto principe del quartiere, nessuno nel rione li definisce con il loro soprannome (tutti ne possiedono uno), bensì li riconoscono tra i tanti in base al loro papà. In Villetta non si dice Guarda Luchino, si dice Guarda il figlio del Massacratore!

I misters sono tre, si chiamano Cippo, Morna e Luca, i nomi sono intercambiabili, nel senso che se li scambiano spesso a seconda dell’umore. Nell’organigramma, loro son quelli più pazienti. Il settore difensivo comprende Maurone ‘il Centurione’, in procinto di sposarsi a fine anno, Faio Faini, noto per avere la morosa rossa di capelli, Dade e Teo Chiari, che non sono parenti, uno ha un’agenzia di pompe funebri, poi c’è Beppone, in procinto di partire per la naja, e un tizio uguale a Gatto Silvestro di nome Poldo. Il centrocampo contempla, tra gli altri, lo ieratico Cizzu, il piccolo e funambolico Gabo Gabino, il ragazzo-padre Simo ‘Spugnetta’, lo scontroso e nervoso e ipercritico ‘Lupino dalle dritte basette’, Rosso il chiodino e Vlad l’astioso. Davanti il reparto è quantomai vario, si va, tra gli altri, dall’esperto e pelato Mino Minoia al piccolo trenino Ripo Ripari, dall’ariete umano chiamato ‘il Passerotto’ al dinoccolato bambino Ino coi capelli spaventati. Per la porta non c’è concorrenza, è appannaggio dell’orso Bòrtolo, guai chi soltanto pensa di fargli le scarpe.

C’è poi tutto un circo di personaggi misteriosi dalle caratteristiche ben precise, ammantati di fascinosa incomprensibilità ma ognuno con una funzione assolutamente certa all’interno della squadra, appositamente acquistati nel corso degli anni. Il Puma Tommasini, per esempio, cosiddetto per via delle unghie dei piedi che non taglia dal dodicesimo compleanno, utile qualora si debba bucare il pallone per perdere tempo. Poi un tizio che si chiama Gigiao Bernao, convinto filosudamericano, specializzato in enormi svarioni mentali che si procura la sera prima di giocare, presenza calda e fissa della panchina, ottimo per il morale e per creare confusione in campo se serve. Poi Otta detto The Vanishing, perché in genere si presenta alla preparazione e poi scompare. Verrà a giocare solo quando lo riterrà opportuno, ma nessuno sa il perché. Poi Schizzo, il panettiere che possiede sei panetterie in città ma lavora come garzone nella settima, l’unica non sua. Sa fare la fascia ottomila volte in una partita sempre pestando le stesse impronte, cosicchè sembra che l’abbia fatta una sola volta. Pare abbia origini Sioux. Poi c’è il Mullah Guindajh, uno della Villetta che si è convinto di avere origini afghane e che predica talvolta la pace dei sensi e la vita con le capre. La rosa è più ampia, ma è di questi che ci occuperemo nel corso di questa parata di follie. Gli altri son contorno.

2 marzo 2002 : S.Ilario – Urania

Il terreno è in condizioni penose, il campo esterno di San Felice non è prettamente il Santiago Bernabeu, anche il colore della poca erba ha una tinta malata. Il cielo pare miniato, sa di sangue, ferro rugginoso, niente vento, solo una pioggerella assurda che infastidisce. La corazzata Urania è ancora nel tunnel della panchina corta, rosa di ventotto a inizio stagione, oggi due squalificati, sei

infortunati, uno si sposa domani, due in galera per il controllo dei domiciliari, uno gioca a bocce, due lavorano. Undici più tre i rimasti. Formazione. Bòrtolo in porta, Rosso e il Mullah Guindajh le fasce, libero Teo che ha le pompe funebri, marcatori Maurone il ‘Centurione’ e Faio Faini, mediani Cizzu e Simo Spugnetta, davanti a loro dietro le punte Gabo Gabino, punte il Passerotto e Ripo Ripo. In panca si accomodano Il bambino Ino, il Puma e Gigio Bernuzzi. La divisa è quella nera che incute.

L’Oratorio S.Ilario si presenta con una divisina azzurrina mal di testa, uno slavato che ai guastatori dell’Urania gli vien voglia subito di chiedergli di cambiarla.

Mi ricordano il cielo, dice Cizzu. A me le pastigliette al rabarbaro e anice del Mazoom, dice Bòrtolo. A me le fighe, chiude il Passerotto. Cippo e Morna sono tesi come durante le riunioni clericali alla chiesina col don che illustra i programmi settimanali. C’è voglia di riscatto dopo l’esclusione dalla coppa, più nei mister che nella formazione. Quelli del Caraffone hanno appeso il nuovo striscione, è in inglese, Yelow-Red Drinkers Carafòon. Sono appena usciti dal ristorante di San Felice, carichi come dei missili, non hanno ancora infilato le dita nella recinzione che inneggiano al Passerotto e a Gigiao Bernao in panca. Brio veste un completo gadgettato Juve. Lì accanto, sotto un ombrello nero, stanno accalcati Lupo e Mino Minoia, con lo sguardo affranto di chi, questa battaglia, non doveva proprio perdersela.

Dal Golf nuovo di Faio Faini scende la sua donna, capello tinto rosso ramato, carnagione chiara, si avvicina alla recinzione sotto un ombrellino bianco, scura lei nel cappotto col pelo. Dopo andiamo in montagna, dice Faio Faini ai compagni salutandola con la manina. Anche i compagni la stanno salutando col sorriso sghembo e con la manina, tutti. Lei li saluta tutti, con la manina. State concentrati bastardi, aggiunge Faio Faini.

Il primo tempo si trascina lento al termine, zero a zero, quattro tiri per il S.Ilario ultimo in classifica, uno per i corazzieri Uranioti, Gabo Gabino imbeccato dal Mullah su un taglio voluto in mezzo, tu per tu col portierone avversario, tiro potente mezza altezza, parato, arrivato Ripo Ripo in mezza rovesciata, palla in orbita. Poca collaborazione verbale, tra l’altro, in campo. L’unico commento degno di nota viene dalla panchina, ma non dai misters, da Gigiao Bernao, il sudamericanense stakanovista del vizio, Gigiao il blasfemo, ancora in down dalla sera prima. Piuttosto che entrare vado a chiccole! Esclama. Chiccole? Chiede la voce del mister Cippo. Chiccole! Decreta Gigiao Bernao. Conosco nasi, aggiunge, Che ne crescono più che i funghi sui ceppi.

Intervallo, i misters al completo delusi seduti sul tavolino dentro lo spogliatoio, attendono l’ingresso di tutta la squadra, tranne i panchinari. Non lo so, esordisce Cippo sguardo basso, Ditemi voi se non stiamo facendo una figura di merda! Silenzio. Giochiamo contro una squadra di collezionisti di figurine, aggiunge, Ditemi voi se non stiamo facendo una figura di merda!

Secondo tempo, il bambino Ino segue il turn-over e sostituisce l’inconcludente Ripo Ripo, dentro il talento, fuori la bassa potenza. Prima il Passerotto atterra su una caviglia del Mullah, impedendogli il raziocinio per un quarto d’ora che mette in difficoltà numerica l’armata. Poi uno-due micidiale. Il bambino Ino parte in quarta sulla sinistra, semina due uomini, prende tre calci, resta in piedi tipo igloo coi picchetti tirati nel vento, entra in area, spicchio di porta in cui tirare, tira, parata all’interno del portierone avversario, arriva il Passerotto in planata sulle sue ali, tapin al volo di destro, si gonfia la rete. Quelli del Caraffone fanno prendere nuove pieghe alla recinzione, urlano Ce l’abbiamo noi! Ce l’abbiamo noi! Il Pas-se-rot-to ce l’abbiamo noi! E tirano bottiglie di Beck’s in campo, coriandoli e un mezzo fumogeno avanzato dallo Zini domenica scorsa. La partita si interrompe il tempo di esaurire il fumo e per Bòrtolo di ritirare indietro le bottiglie di Beck’s al

Caraffone, tifosi e portiere si azzuffano sedici secondi. Tornata la calma arriva il secondo. Cizzu ruba palla per caso e serve il bambino Ino che dribbla il suo uomo, prende tre calci, resta in piedi tipo boa nella burrasca, parte, Cizzu largo accanto a lui, con le lunghe leve che macinano il campo. Il bambino Ino gli si gonfiano i capelli spugnosi dalla velocità, semina tre uomini, in area guarda Cizzu che è liberissimo ma pare gli sia spento il cuore dallo sforzo di macinare il campo, simula il passaggio, finta, la curva cade a sinistra urlando Oooh!, dribbla il portiere, due a zero. Festa in panca, il Caraffone fuori ritira dentro le Beck’s ma lontane da Bòrtolo.

I giocatori vanno ad esultare alla recinzione dalla donna di Faio Faini. Siete dei bastardi, dice Faio Faini detergendosi il sudore dagli occhi.

C’è tempo ancora per il gol del S.Ilario da parte del nuovo entrato, estetica peruviana, il Caraffone lo insacca di nomi, quello alza il dito medio, allora iniziano i cori razzisti, forse partono degli sputi tossici. Poi c’è una fuga sulla sinistra di Cizzu che se alla squadra dà respiro, a lui dà un’entrata da dietro coi tacchetti che alla fine sembrerà stato arato sul polpaccio. Tutti al Villetta a bere, cantare e scuotere il videopoker.

9 marzo 2002 : S.Bernardino – Urania

La carovana Uraniota si muove compatta dalla chiesina alle 13.30 in punto, Castelleone dista venti minuti. Metà dei randagi giunge con più di mezz’ora di ritardo. Ci siam fermati a raccogliere le viole di tangenziale, dice uno. Abbiamo sbagliato sentiero, dice l’altro. ‘bbiam fatto due bagole con la battona di Cortetano, ammette un terzo.

Ieri sera c’è stata una cena fuori programma, 8 Marzo, festa della donna, i peggiori tra i randagi si son trovati smogliati e smorosati al Pescatore, da Claudione, mangi bene e spendi l’ira di Dio. Però oltre al cibo c’è il cabaret, che lo fa Claudione in persona. Racconta delle barzellette in dialetto mentre serve in tavola, da restare col cucchiaio levato a mezza bocca dallo strazio. Talmente sporche da far pensare che non sia un umano ma una macchina laida. Coppie che si alzano indignate, gente che perde l’appetito. Lui le manda a quel paese. Se gli chiedi dov’è il bagno si offende, vuole che lo chiami ‘cesso’, ti dice sontroso di uscire e seguire l’odore. I randagi hanno riso come folli, pagato l’ira di Dio. Serata pesante, continuata dopo a casa di alcuni, alcol e droga da struscio. C’erano randagi di vecchia data, ormai fuori Villetta, una rimpatriata di rancorosi dalle provincette limitrofe dove sono finiti a fare gli operai, ex promesse del calcio professionista rovinati a suo tempo dai bagordi. I meccanismi però non sono stati dimenticati. Gli sguardi, le battute, i rapporti di forza. Il Mullah si è scoperto in lacrime due volte per la commozione.

C’era gente che non si incontrava da anni, confiderà poi in disco.

Oggi è l’ultima delle sfide ‘facili’, il S.Bernardino naviga sul fondo ma Castelleone è sempre un campo ostico. Anche l’aspetto, è ostico. Tutta terra, terra e sabbia. Nemmeno un filo d’erba, pagarlo oro. Su questi campi noi ci formiamo!

Esclama Gigiao Bernuzzao in un impeto di sudamericanismo. Noi e i barbari bresciani, aggiunge onesto. Almeno si vedono le buche, considerano i misters all’unisono.

La formazione è secondaria, Bòrtolo l’inamovibile, anche per il peso specifico, in porta. A seguire altri dieci randagi, capitano Gabo Gabino. In panca l’Urania esibisce il Mullah Guindajh, il Centurione e Gigiao Bernao che oggi ha gli occhi rotondi e sporgenti come due biglioni di vetro. La formazione avversaria è piuttosto giovane, ha la divisa rosellina, il portiere zoppica vistosamente e il gruppo è già fuori che si scalda, non ce n’è bisogno tra l’altro, ci saranno venti gradi. Cosa sono quelli, chiede il Passerotto, Esordienti? Sarà un corpo di ballo, sottolinea ipercritico Lupino. Il Centurione scuote il capo, No, sono gli avversari, dice. Mah! Esclama il Passerotto.

La partita inizia, dopo tre minuti lo ieratico Cizzu ha già fatto capire allo stinco sinistro del numero 7 cosa significherà oggi per lui cercare di scendere giù lungo quella fascia. Il centrocampo dei randagi si muove bene, Gabo Gabino è una trottola, Lupo incaglia le scialuppe avversarie su scogli a forma di tacchetto, Simo ‘Spugnetta’ non è in giornata ma il poco che fa basta a ubriacare fascia sinistra e curva sud della tifoseria, che poi è il don locale più un vecchio e due nanerottoli. Al bambino Ino duole un coglione. Me l’ha schiacciato ieri sera una tipa, confida vago. Il Puma dice che secondo lui era un trans. Il Puma sa sempre tutto. Zero a zero con due conclusioni di Gabo Gabino ben sventate dal portiere zoppo e sette traversoni da destra di Cizzu per Mino Minoia e il Passerotto che mancano l’impatto per un pelo di mucca.

Intervallo. Cippo e Morna dicono insieme Stiamo giocando bene, forse riprendiamo lo smalto perso in coppa. Silenzio. Poi aggiungono insieme Sì, proprio benino, davvero. Silenzio. Poi Morna chiude Però ditemi voi se non stiamo facendo una figura di merda contro queste mezze ballerine!

Intanto è arrivato il Caraffone. Brio ha appeso il vecchio striscione, quello nuovo inglese è al bar Villetta da un tizio appena uscito dal circondariale, lo chiamano L’Intellettuale perché c’è chi giura averlo visto leggere un libro, una volta, anche se lui nega schermendosi, dicendo a ripetizione No, no, non è vero, è un’illazione! La parola ‘illazione’, tra l’altro, contribuisce alla sua fama di intellettuale. L’Intellettuale ha il compito di correggere gli errori di ortografia dello striscione nuovo. Gigiao Bernao è tutto intento a costruire mattoncini di fango, nell’intervallo non s’è mosso dalla panca. Dice il Mullah che ogni tanto Gigiao si perde via guardando un sasso, l’erba, le righe sconnesse di gesso. Dice che ad un certo punto lo ha sentito chiedere se David Gilmore è o non è più carismatico di Waters. Nessuno ha risposto. Lo chiedo perché mi sa che il mister avversario è Gilmore, ha aggiunto. Nessuno ha risposto, lo guardavano. Cippo allora per tenerlo acceso gli ha garantito gli ultimi dieci minuti di partita, il forcing. Secondo tempo, fuori il bambino Ino con il testicolo biricchino e dentro il Puma. Partenza a razzo dell’armata uraniota, Maurone il Centurione sostituisce dopo un minuto Faio Faini, dice che s’è fatto male a una zampa, in realtà come esce corre in cabina a chiamare la morosa, uno del Caraffone lo sente dire la parola Montagna!

Il gioco uranico è più veloce, più concreto, non sembra affatto un centrocampo amatoriale, sembra un incrociatore da battaglia dei Micronauti. Lo zoppo non sa più che fare, gli arrivano bordate da ogni angolo del campo, i meccanismi son perfetti, oliati, rapidi, aggressivi. Dopo ogni azione l’arbitro grida

Bravi!

E Cizzu sente la voce di Dio per la prima volta.

Durante un corner, mette la palla sotto la bandierina e, prima di battere, la voce gli dice Stai calmo, mettila bassa sulla testa del Passerotto! Cizzu lo ieratico ha i piedi buoni ma poco carattere, se Dio gli dice qualcosa non può mica permettersi di questionare. Palla bassa e tesa, il Passerotto spizzica in anticipo, la manda oltre la mucchia, arriva il Centurione, la rete si gonfia. Il Caraffone esulta, a tre metri c’è il cancello aperto ma loro preferiscono stare fuori e simulare un’invasione con cori agghiaccianti, l’ebbrezza li confonde. Cizzu guarda il cielo senza nubi. In panca Gigiao parla di un suo amico, Parmi, che ha dei segni in faccia perché fa la lotta col suo Rotweiler femmina. Dice che Sì, ha in faccia il segno dell’arcata dentaria della bestia però adesso il cane lo rispetta. Aggiunge però Gigiao che il cane lo rispetta perché femmina, perché il Rot maschio invece non teme niente e nessuno, come i bresciani.

Passano sei minuti, Teo Chiari delle pompe funebri trova un corridoio e apre sulla destra, saltando la linea avversaria. Cizzu aggancia in corsa, stop a seguire miracoloso, entra in area in diagonale, tu per tu col portiere, finalmente l’occasione per mettere il primo sigillo della stagione.

Al momento di bombare ode di nuovo la voce.

Non tirare! Dice stentorea la voce, anche un po’ trattata dall’alcol. Mettila in mezzo, dice, Al Passerotto! Cizzu obbedisce, in piena crisi mistica. Palla in mezzo, triangolo perfetto, il Passero buca lo zoppo per la seconda volta. Tutti fan festa, forse suonano le campane. Cizzu chiede il cambio, evidentemente in difficoltà mentale, uscendo si gira verso l’origine della voce e là c’è Brio imbestiato dalla birra del sabato mattina, appeso artigliato alla recinzione, che parla da solo, dà suggerimenti al vuoto. Cizzu sente solo che Brio sta biascicando …al Passerotto!, poi lo vede accasciarsi in estasi nella sua tenuta gadgettata juve. Gente estranea lo soccorre.

E’ il Mullah Guindajh a sostituire lo ieratico, il quale passando accanto alla panca trova Gigiao che racconta al guardialinee avversario di un suo amico, Steven, che lavora in una stalla e al quale una scrofa ha mangiato il Nokia nuovo di pacca.

Dice al guardialinee avversario che Steven ha punito il maiale e che anche lui se vuole è invitato alla grigliata domenica prossima. Cizzu negli spogliatoi cerca di capire l’accaduto, cioè se egli sia credente e se Dio abbia davvero le sembianze alcoliche di Brio. Sente esultare fuori.

Poi gli diranno che è entrato Gigiao, il quale ha scodellato un missile rasoterra in area, il Mullah ha fatto velo e il Centurione oggi bomber ha siglato la doppietta. Gigiao dirà poche parole, al termine. Ho giocato due minuti, dirà, Assist del terzo gol, uno stop che non si vedeva da dieci anni in oratorio e un fallo da fucilazione. Direi che ho fatto il mio stretto porco lavoro!

Tutti al Villetta a parlare della Ferrari.

16 marzo 2002 : Urania – Genivoltese

Fa caldo oggi alla chiesina, il campo è in perfette condizioni, le buche di talpa sono ottime a vedersi, belle profonde, come il campo fosse stato bersaglio di raffiche di mortaio. Sempre emergenza per gli uranioti, la Genivoltese è terza a due punti da loro, bisogna vincere e la panca è sempre abbastanza corta, vi si accomodano Gigiao, il Puma e Ripo Ripo. Manca lo ieratico Cizzu perché ha deciso di farsi mettere due occhi nuovi di pacca, Faio Faini perché dice che ha misurato il morale ed è piuttosto basso ma che la sua morosa dai rossi capelli non c’entra niente, il bambino Ino ancora per via del coglione sinistro stiratogli dal trans in disco la settimana scorsa. La Genivoltese è completamente rivestita di arancione, come gli Zigulì, l’Urania ha un completo nuovo blu sponsorizzato Commodore ‘acquistato’ dal mister Morna la sera prima svaligiando un tir parcheggiato in autogrill. Pare che la soffiata gliel’abbia fatta un tizio direttamente dal circondariale, uno chiamato Lo Sgaggio.

La partita non ha nulla da dire, tranne che il mister Cippo indossa una tuta color bronzo che fa svenire le rondini in volo dal disagio. Fa caldo e le squadre ne risentono, da segnalare solo che il Caraffone non riesce ad appendere i due striscioni, barcollano tutti, quèi del Caraffone, come s’arrampicano sulla recinzione per legare le lenzuola colorate cadono giù di faccia sull’asfalto, senza però versare neppure una goccia di Beck’s dalle bottigliette. Inneggiano al Passerotto, poi uno dice Mullah! Mullah! E nonappena il mullah Guindajh dalla fascia accenna un applauso e un saluto, tutti si commuovono, due di loro piangono e vanno dietro la muraglia a picchiarsi sulla faccia con le nocche, poi tornano e gli altri li abbracciano e li consolano.

Tre a due per l’Urania, due gol di Mino Minoia che oggi ha voglia di litigare ma non ci riesce con nessuno, nemmeno con sua zia che è venuta a vederlo e indossa una sciarpa del Galatasaray smunta, il terzo gol di Rosso chiodino, in volata sulla destra, sicuramente un cross sbagliato. I due gol avversari due svarioni della difesa, sul primo Bòrtolo stava cercando di uscire dalla recinzione per picchiare uno del Caraffone che erano venti minuti che lo supplicava di dimagrire, l’altro colpa di Teo Chiari delle pompe funebri e Dade Chiari il Muto che si son guardati negli occhi e, in un attimo di amore imprevisto ed impossibile, si son dimenticati di tutto il resto, compreso il centravanti avversario.

A fine partita si ricorderà soprattutto l’ingresso in campo di un arancione uguale sia a Gaza Gascogne che al suo amico Jimmy ‘Cinquepance’ che tocca un unico pallone e lo sbatte fuoricampo, oltre il Caraffone, direttamente nell’obitorio dell’ospedale Maggiore. Dalla tribuna uno giovane del Collettivo pone le mani a imbuto ed urla ‘Gigiao, palla all’obitorio!’ Dalla panca si alza tremebondo il catartico Gigiao che, barcollando e pensando al sudamerica, sparisce in un buco della recinzione alla ricerca del fùbal disperso. Il guardialinee avversario lo sente gemere di qualcosa legato alla superstizione per i morti e gli spettri dell’obitorio.

C’è pure un nonno col nipotino, sugli spalti. Il bimbo ha lo sguardo vivace e caparbio tipico Villetta, si vede che ha a che fare col luogo in cui si trova, sta colorando di rosso i gradoni con schegge appuntite di mattone, il nonno vuota una Moretti via l’altra, ha con sé il frigorino. Quando il bimbo butta via una scheggia, il nonno lo riprende, Cosa fai, sei matto? Gli urla sapiente e maestro, Non buttarla via! Perché? Chiede il nipotino vispo e con occhi da rapina. Non si buttano via le schegge, fa il nonno esperto, Possono diventare armi letali!

Tutti al Villetta a festeggiare e a prendere in giro un tipo di nome Alfonso la cui mamma è risaputo faccia cosine deliziose.

23 marzo 2002 : Urania – Costa78

Il campo della Costa è il campo più ostico da che l’Urania esiste. Le statistiche parlano chiaro: sette partite al quadrato verde di Castagnino, quattro sconfitte e tre pareggi sofferti. Oggi il bisonte uraniota cercherà di sfondare la recinzione.

Cielo soleggiato terso, vento che smaròna l’umore e devia le traiettorie di un pallone che ai più, anche quellli fuori, pare ovale e gibboso. Troppe pedate! Rivela macabro il guardalinee locale, un nano vecchio con la faccia da agricoltore per sempre, sepolto in un impermeabile giallo di plastica tipo guardiano del faro e con indosso un bel paio di gambaloni verdi gommosi da orto. Il campo è duro come il cemento, ai randagi neri vien subito un brivido da croste, così duro che crescono patate spontanee in superficie perché sotto non riescono a sfondare.

Formazione: Bòrtolo, il Centurione con la barba da centurione, Dade Chiari con un nuovo taglio alla Sheva e Beppone il najone in difesa. Rosso chiodino e Vlad le fasce. Lupo, Simo Spugnetta e, a sorpresona, il mister Cippo, a centrocampo.

Davanti il Passerotto e, a furor di popolaccio infame, Gigiao Bernao. In panca tre mezze punte che insieme ne fanno una, il Puma, Ripo Ripo e Schizzo. Cippo si sacrifica a giocare perché dice di essere più centrocampista lui nell’animo, dei tre in panca. Il Puma però sa che la sera prima Cippo ha litigato con la morosa che gli ha rinfacciato di essere una mezza sega, così di notte ha partorito la sagace voglia di riscatto e si è messo in gioco. Quando la squadra ha sentito la formazione c’è stato un attimo di imbarazzato silenzio.

Cizzu, sempre più ieratico, è ancora in attesa dei nuovi occhi, è fuori insieme a un facinoroso della Cremo amico suo che è venuto per vedere un po’ di mostri. Poi arriva Faio Faini senza morosa dai capelli rossi. Poi il bambino Ino che è fuori sempre per via del risentimento al coglione. Infine il Caraffone, ma tutto vestito bene. Sono reduci da un aperitivo per il matrimonio di uno che non conoscevano, passavano di lì e han festeggiato con gli invitati davanti all’Antica Costese. Non è ancora iniziata la partita e uno di loro, di nome Kilkenny, dice

Arbitro pagliaccio!

Niente di rilevabile nel corso del primo tempo. Un tiro per gli insipidi della Costa in divisa chiara, mezza bordata del Passerotto su punizione dalla destra che basta, grazie al rimpallo tipo flipper innescato in area dal missilino, a rocambolare in rete. Il Caraffone non esulta con il solito Alè! Tipico da segnatura, attaccano mesti un confuso e basso Non è un brasiliano peròòò, che gòòòl, che fàààà / Il ‘fenomeno’ lascialo làààà, qui c’èèèè, Ivàààn… Brio ha la faccia agganciata alla recinzione, la bavetta che gli cola lungo i quadrelli verdi, gli occhiali nascondono l’ebbrezza. Ogni tanto si volta verso il campo incolto di erbaccia che ha dietro, come sentisse voci acclamare il suo nome.

Fine primo tempo.

Il break si fa in campo, le due squadre si godono il solettino smunto e non rientrano negli spogliatoi. Il mister Morna non si sbraccia più di tanto, è tranquillo, fa capire solo che gli uranioti stanno facendo una figura di merda. Probabile che stia chiedendo se secondo loro non stanno facendo una figura di merda. Il mister Cippo non collabora, è ancora in iperventilazione per lo sforzo dei primi trentacinque minuti, ha la faccia gonfia e gli occhi incrociati. Secondo tempo. Niente di rilevabile nel secondo tempo, attacchi sterili della Costa che si infrangono come dardi di legno secco contro lo scudo umano Bòrtolo, che allarga le manone e copre lo specchio della porta anche alle formiche. Gigiao Bernao ad un certo punto decide che lo sforzo è troppo, si siede con un sorriso stretto sforzato, più una paresi che un atteggio. Si toglie le scarpe. Ho i piedi gonfi, dice all’arbitro, Come le nonne! E si avvia alla panchina. Il Puma stava dormendo, il mister Morna gli pianta una scuffia sulla faccia e gli ordina di scaldarsi, il Puma si alza sgranando gli occhi, cercando di focalizzare la realtà. Il mister gli ordina di entrare che è già ora. Il Puma si è scaldato esattamente sei secondi, mentalmente, non ha ancora realizzato che deve entrare. Passa Gigiao e lo guarda, ride sconsolato, gli dice Era meglio se portavi a spasso le carriole nei campi! E poi va verso una siepe, attacca a pisciare e sviene col batacchio di fuori.

Fine partita. Il mister Cippo è contento, uno a zero ma ce ne fossero, su quel campo infame. Le sue gambe sembrano grattuggiate. Gigiao è rinvenuto, si è tutto profumato dopo la doccia, dice che stasera cucca. Stasera c’è la maialata di Steven al Kentucky per il Nokia nuovo divorato dalla scrofa la settimana scorsa. Il Caraffone non è rientrato dopo il break, si vede che hanno ritrovato la compagnia del matrimonio. Gli striscioni restano appesi come vestigia di una battaglia campale, abbandonata a metà per impegni più urgenti. E niente bar Villetta, oggi. E’ chiuso per derattizzazione.

Urania – FC Napoli

Giornata di mezzo sole stanco, il campo della chiesina è stato tirato stamani da Ripo Ripo e Cippo. Il primo tracciava linee sghembe col gesso, il secondo stirava col rullo i montarozzi di talpa. A fine lavoro uno era bianco, l’altro cotto. Cippo starà bello comodo in panca a dirigere, a Ripo Ripo invece tocca giocare, manca il Passerotto per l’espulsione di tre sabati fa, tre giornate. Oggi si gioca contro la più rognosa del girone, l’F.C. Napoli, un’accozzaglia di meridionali loschi ed extracomunitari privi di permesso, gente da contrabbando d’autoradio e sequestro, pizzaioli nell’animo, delinquenti per vocazione. I pochi punti che hanno in classifica sono dettati dalla cattiveria che mettono in campo, spaccano sette tibie a partita per contratto, se riescono a far saltare dei crani risparmiano sulle tibie, a discrezione del portiere-presidente-allenatore-datore di lavoro. La corazzata uraniota è curiosa di affrontarli, come un esploratore nella jungla aspetta di vedere i gorilla.

Infatti lo spettacolo è stupefacente. Un branco di mostri dalla pelle tra il marrone e il nero puro, talvolta bianchiccio. Comunicano in una specie di linguaggio astruso comune, un incrocio di dialetti barbari del sud tra il calabrese, il siciliano, il sudanese e il marocchino. Dice Cippo che avevano dentro un paio di albanesi e un turco, ma li hanno silurati dopo due allenamenti per preservare la razza. Coerenti, a loro modo. Nel branco spiccano evidenti due serial killer, un divoratore di carni umane, una specie di nano nero con gli occhi fuori dalle orbite e un gigante. Il gigante è in panca, è uguale a Ken Shiro e spaventa come King Kong, la sua pelle è color corteccia, la consistenza probabilmente anche.

Il Caraffone ha steso un paio di bandiere fatte a mano coi pennarelli Carioca, su una c’è scritto ‘Dove andiamo noi beviamo, siamo come il leone, siamo quèi del Caraffone’. Il ‘quèi’ dice Brio di averlo tratto da una canzone di Vasco.

Nell’aria c’è una strana quiete, mai stata così calma, la chiesina. I randagi sono assorti nella stupita contemplazione dei mostri. I mostri intanto se la ridono nella loro metà campo. Divisa nera l’Urania, bianca il Napoli. Fischia l’arbitro l’inizio e il centravanti ospite inventa un tackle a gambe tese unite lungo tre metri, la palla non ha ancora lasciato il disco di centrocampo che a Ripo Ripo parte una caviglia. Sugli spalti partono le prime saracche e le prime richieste di vendetta, il Collettivo Radioattivo, la frangia giovane moderata del tifo casalingo, minaccia di scendere in campo. Dalla panca ospite allora si alza Ken Shiro e dice a tutti gli spettatori che li ucciderà non appena l’arbitro fischia il termine, uno ad uno. La tribuna si zittisce, preoccupata. L’arbitro si vede che vorrebbe dirgli qualcosa a Ken, ma non dice niente.

Entra il Puma, Ripo Ripo non ce la fa. In tribuna tra l’altro c’è un parterre laterale di mogli e fidanzate e donne di malaffare al seguito del Napoli, tutte more, tutte riccie, tutte truccate, che urlano e si strappano i capelli proteggendo come madri i loro maschi, augurando disgrazie a tutti gli uranioti. Una dice Che vi venisse da sprizzà sangue! Visti di profilo, quèi del Napoli han tutti la pancia, ma le donne commentano estasiate la mascolinità dei loro truci pizzaioli, propongono sfide di resistenza sessuale ai pargoli del Radioattivo, dicono a uno di tredici anni ‘Se mi entri dentro tu manco ti sento, se mi sminchia a Turi godo come una vergine quindicenne!’ Il tredicenne del Radioattivo ha perso la sua a otto, di verginità, nel confessionale della chiesina con una ragazzina più grande del coro. Ma non se ne vanta, c’è chi ha fatto meglio.

Il primo tempo conta sette ammonizioni per il Napoli, quarantasei bestemmie incomprensibili a chiunque provenga da sopra Pescara, trentuno falli brutti e un paio normali. Per l’Urania tre gol, uno del bambino Ino che serpeggia tra le micidiali gambe scure pelose degli avversari e insacca di sinistro esultando di destro come un granchio, uno di Mino Minoia che si è procurato un rigore riuscendo ad abbattere con la faccia i pugni chiusi del suo marcatore e uno del Puma con l’artiglio. Poi si è cambiato il pallone buco. Fine tempo.

Intanto le minacce a tutti da parte di panchina e giocatori in campo del Napoli, sono proseguite da parte di panchina e giocatori in campo del Napoli, in modo cialtrone e sbruffone. Il Caraffone non dice nulla, non hanno neppure tifato, sono in polemica col don, reo di averli cacciati dall’oratorio dopo i fatti di due sabati fa, quindi hanno spostato la base operativa alla recinzione esterna. Il loro silenzio, oltre che all’imbestialimento da birra pomeridiana, fa supporre alle tribune che abbiano paura di Ken Shiro e dei suoi seguaci. Intanto in panca, Cizzu lo ieratico ancora in ripresa dall’infortunio al ginocchio, commenta con Gigiao le probabilità infauste di dover entrare nel secondo tempo e di essere marcati da Ken Shiro. Cizzu è largo come una coscia del mostro, Gigiao è alto come il suo ginocchio. Entri e marca te! Gli dice Cizzu. No, entri tu e marca te! Risponde Gigiao.

Secondo tempo. Entra proprio Cizzu. Entra proprio anche Ken Shiro. Ken Shiro marca Cizzu. Lo ieratico, avvilito, guarda Gigiao in panca che se la ride assente, pensando agli aquiloni viola.

L’arbitro fischia, tre azioni, altri tre gol dell’Urania. Gli animi si scaldano.

Gol della bandiera del Napoli con un incursione del nano nero che abbatte i difensori come un ariete e finisce in porta con la palla, ammaccato ma eroico. Sulla ripresa da centrocampo Mino Minoia batte direttamente in porta e scavalca alla Maradona il portiere-leader che inizia un’inutile protesta con l’arbitro, lo insulta e poi aizza le donne in tribuna che iniziano a sminuire la virilità della giacca nera vaffanculo. Ken Shiro, non si sa perché, fa un’entrata su Cizzu mancandolo di un pelo, però nello slancio dissoda un ettaro di terreno di gioco. L’arbitro prende coraggio, stringe i pugnetti ed estrae il giallo. Sono in dieci a tenere il mostro, che minaccia l’arbitro di morte, lui e la sua stirpe fino a sette generazioni indietro. I randagi sono attoniti per la situazione circense, la prima volta che loro son tutti tranquilli e il macello accade comunque. Lupo cerca di rabbonire un avversario, l’arbitro ammonisce Lupo, Lupo bestemmia, giacca nera vaffanculo lo espelle, Lupo allarga le braccia sconsolato, scuote la testa ipercritico avviandosi alle panchine.

Sugli spalti il Collettivo Radioattivo ride grasso, le donne di malaffare urlano anatemi, estraggono bamboline di pezza con infilati spilloni, quelli del Caraffone sono scomparsi tutti e sei. Di solito, quando sono allegri, spariscono dietro la muraglia per picchiarsi tra loro sulla faccia con le nocche o i tirapugni, poi rientrano alla recinzione. Stavolta non rientrano.

Con enormi sforzi i dieci in campo respingono Ken Shiro fuori dal campo, lui cerca di colpirli tutti sugli tsubi energetici, un paio li affossa, implodono su loro stessi e scompaiono alla vista. La gara è interrotta alcuni minuti, giacca nera vaffanculo estrae rossi a manetta, sei giocatori del Napoli vengono espulsi, Ken Shiro a vita, magari più di una, tipo ergastoli. Il mostro urla che adesso se ne esce a spaccare tutte le macchine presenti. Don Omar corre a chiudere l’ingresso della chiesa, le sue sottane nere svulazzano come il manto di Batman, mentre la metà delle auto parcheggiate parte in sgommata per fuggire. Mancano solo lampi e tuoni, o un’invasione di cavallette. L’arbitro, ancora vivo, termina la partita con cinque minuti d’anticipo. Come fischia la fine, quèi del Napoli diventano amiconi ed agnellini, assumono sguardi e sembianze umane, stringono mani a tutti, dichiarano di essersi divertiti molto, di voler tornare ancora, invitano avversari e famiglie in varie pizzerie da loro gestite. Sugli spalti le donne di malaffare estraggono da panieri di vimini dolci alla panna e ciotole di cus-cus, offrono a tutti, compresi i giovani del Collettivo. Nasce una sagra, la situazione diventa idilliaca, tutti dimenticano le tensioni di poco prima.

Tranne il Caraffone.

Mentre dentro l’oratorio si festeggia tutti insieme, fuori nel parcheggio in sei circondano con i randelli Ken Shiro che dava calci alle auto e lo ammazzano quasi di legnate e pugni di ferro. Poi tutti al Villetta a festeggiare e a sentire i risultati del ciclismo.

6 aprile 2002 : Urania – LaHaribo

C’è del nervosismo nell’aria, oggi. Oggi c’è lo scontro di vertice, al quadrato della chiesina arriva la capolista, la Haribo di Castelleone. Hanno dieci punti sulla corazzata uraniota, seconda in classifica. Non hanno mai perso. Per loro questa partita è superflua, il primo posto è assicurato e così i play-off. Però sono tutt’ora imbattuti, questa cosa pesa.

Sono già fuori dalla coppa, proprio a causa dei randagi, e all’andata di campionato hanno vinto in quel di Castelleone per tre a due, partita finita a pugni nella ghigna.

C’è il pubblico delle grandi occasioni. Il Caraffone, che di solito sono in cinque o sei, oggi saranno una ventina almeno, chi nel Ghetto alla recinzione e chi seduto sulla muraglietta diroccata. C’è chi dice di averli visti darsi appuntamento al Villetta alle undici di stamane, per alcuni esercizi di rilassamento da bancone e training autogeno prebattaglia. Studiavamo le coreografie! Ha dichiarato alla stampa Brio, gadgettato Bayern di Leverkusen.

L’Urania affronta la più grave delle emergenze, il centrocampo è dimezzato. Cizzu sta ancora pregando che, in modo ieratico, gli forniscano un nuovo taglio d’occhi, magari all’orientale, che ha sempre avuto un debole. Simo Spugnetta, il ragazzo-padre, spurga la squalifica per somma di ammonizioni. Il Bambino Ino si accomoda in panchina, si sta riprendendo dai patimenti al coglione.

Pertanto il centrocampo è ridisegnato per l’ennesima volta dal mister Cippo. Vlad sulla sinistra, stamattina ha fatto il turno in raffineria, puzza ancora di petrolio chimico. A fianco Lupino, teso come una corda di violino. Poi gabo Gabino poco più avanti. Poi Teo Chiari delle pompe funebri, un libero di ripiego promosso centrocampista per mancanza d’altro. Poi Rosso Chiodino sulla sinistra, lo sguardo del cileno da vicolo sempre ben disegnato in faccia. Ci sono però le due punte di ruolo, Il Passerotto, con trentotto di febbre, e Mino Minoia, che stamattina ha perso il girone regionale a bocce ed oggi si è messo a disposizione.

In panca, oltre al Bambino Ino ci sono Ripo Ripo, il Puma e Schizzo, l’Emerson bianco. C’era anche Gigiao, al ritrovo, aveva la borsa in macchina. Si parlava per lui di partenza titolare. Quando ha nasato che nonostante la febbre il Passerotto era venuto, e nonostante le bocce era venuto pure Mino Minoia, ha simulato una sinusite urticante. Quando mi soffio il naso, ha giurato ai misters, Dò fuoco al fazzoletto! Così è stato deciso di lasciarlo a riposo. Lui è corso come un ramarro verso il Caraffone e si è unito ai cori antisemiti.

Dal Ghetto si alzano nubi rosa e bianche di fumogeno, vola carta igienica rosa e bianca, talvolta gialla ma solo perché già usata. Partono i cori.

Le squadre scendono in campo: quelli della La Haribo sono grossi ma disorientati, c’è sicuro più pathos in tribuna alla Chiesina che allo Zini. L’arbitro ha l’aria del prete mancato, corre come una signorinella, assomiglia in modo inquietante a Guido Meda.

Partenza forte della La Haribo, un paio di occasioni senza clamore. Poi, dieci minuti dall’inizio, Vlad si inventa una progressione irresistibile di tre metri abbondanti, in tre metri compie sedici passi perché simula la galoppata furibonda di un purosangue pezzato senza sella e senza briglie. Il Caraffone sussurra OH! Vlad serve in mezzo un bel pallone, piatto d’argento, il Caraffone dice OOH! Arriva il Passerotto che di piattone incrocia in scivolata il portierone avversario, un uomo più largo che alto e con l’agilità tipica degli immobili edili. Il Caraffone urla OoooOH! Palo pieno. Il Caraffone si strazia e dice Nnnòòò! Il Passerotto si rialza prima del suo marcatore e tira una bazzukata in mezzo alla porta. Quello che c’è davanti, tipo il portiere per esempio, viene raso al suolo. Uno a zero. Il Caraffone urla Non è un brasiliano però… poi urla Ce l’abbiamo noi, ce l’abbiamo noi… eccetera. Ivanone il Passerone esulta nel volo leggiadro del passeraceo ingrassato. Cori entusiasti e svenimenti in tribuna.

Passano cinque minuti, Vlad perde palla a cantrocampo, come un rasoio bic a due lame recupera il malandrino e lo falcia inesorabile da dietro. Guido Meda, che non sbaglia un fischio, lo caccia, rosso stampato davanti agli occhi. Vlad e Guido Meda si conoscono bene, lavorano alla stessa raffineria. Due settimane fa Vladdino si è rifiutato di dargli un cambio turno di sabato sera. Pensa subito ad una vendettina, Vlad. E’ Bòrtolo a correre da lui, abbracciarlo forte forte come in una morsa e portarlo via dalla giacca nera vaffanculo prima che gli dica cose spiacevoli.

Il Caraffone chiede un saluto a Vlad, Vlad alza il braccio e mima un applauso.

Amore incondizionato del Caraffone. Urania in dieci.

Secondo tempo. Il Caraffone sente così tanto la partita che non si son presi la pausa sindacale d’intervallo al bar. Vlad li ha raggiunti nella stradina del Ghetto, tra l’oratorio e l’obitorio. Applausi ed ovazioni. E’ Vlad a salvare da fine certa le due sventurate ragazze che, sbagliando ingresso, invece delle tribune dell’oratorio si son trovate con la macchina in mezzo al Caraffone. Tra un Tiriamole giù! E un Dài fiòle, venite a tifare con noi! E un Ribaltiamogli la macchina e mandiamole a casa a piedi! E un Forza Urania alè! Le due tizie riescono a bloccare le portiere e a voltare il mezzo.

Giunte in oratorio, sconvolte, disdegnano la partita e s’infilano in chiesa direttamente, a cercare il conforto del prete.

Pareggio degli ospiti, l’inferiorità numerica inizia a farsi sentire. Per poco, però. Perché a metà tempo Mino Minoia rotola come un Cacciatorino spellato in area e ottiene un sacrosanto rigore che non c’è. Batte Gabo Gabino, insacca e corre sotto il Ghetto in festa a ricevere l’abbraccio della curva. Infatti è un Caraffone di nome Giuli che coi suoi manoni, da sopra la recinzione, piglia per il collo Gabino e lo solleva in alto per baciarlo. Ci vogliono sette Caraffoni per convincerlo a mollarlo, l’ultima volta che ha fatto così con sua moglie si è fatto tre anni di Circondariale.

Gabino si massaggia il collo, simula esultanza ma ha visto nero per un attimo.

Otto minuti dopo. Rinvio a curvilinee basso del portierone avversario, errato. In traiettoria c’è il cranio glabro di Mino Minoia. La palla, come un bolide deformato, lo trova a ricerca calorica e gli si stampa a rimbalzo. Il rimbalzo è in porta. La tribuna viene giù. Il Caraffone crolla in campo abbattendo la recinzione, uno sopra l’altro in terra a picchiarsi sulle nuche con le nocche. Poi, piano piano, come mariti che rincasano tardi e imbestiati di alcol, risalgono sulla strada.

Fischio finale. Bravo l’arbitro e bravo il pubblico. Grande vittoria, indimenticabile. Tutti al Villetta a festeggiare e a cercare di capire chi ha rubato il cellulare di un tizio di Spinadesco di nome Teodòro.

Bratislava Week-end

La monovolume grigia metallo sfreccia sull’asfalto croato, decisa, centocinquanta come bere un bicchier d’acqua, immobile come le macchinine Polistyl sulla pista nera. Vasco a ripetizione, il porta-cd è colmo solo di Vasco, che ora sta gridando ‘Dice che è stata una disattenzione… della maèèèstra!’

Kristio ha quell’espressione compiaciuta e gongolante che gli esce sempre quando pianta a casa moglie ed ansie e se ne parte con gli amici, il labbruccio inferiore sporge più di quello superiore, quando piove gli si riempie la bocca, i capelli biondi lisci, il colorito bianco roseo ne fanno una sagoma vagamente russa. Guida con sicurezza, per lui settore balcanico e valle padana hanno lo stesso asfalto, non c’è buca che lo tormenti, mai.

Di fianco Vladdino si liscia i capelli lunghi, i suoi occhi sono rimasti concentrati sullo specchietto del parasole per oltre metà di questo viaggio, gli piace guardarsi. Lui ha staccato dalla raffineria, dai turni, dall’incapacità di trovare avventura nella sua pianura. Lui ha staccato dai fossi. E’ corto corto, Vlad, ma robustino, la mascella quadrata, la carnagione scuretta, l’occhio da crisalide che schiude, indossa abiti che soltanto le scarpe con cerniera costano più dei vestiti di Kristio e Lupino messi insieme. Sembra spagnolo, Vlad, rumeno tuttalpiù. Non ci vanno in romania però, loro vogliono andare a Bratislava, Cecoslovacchia.

Ci sono delle fighe che neppure a Passaparola! Gli han detto in Villetta.

Lupino, dietro, ha i capelli neri tinti tirati su a spazzolina, basette da rivista, il segno della barba, occhiali da vista Gucci montatura blu elettrico appesi alla camicia bianca a quadri, un gilè Diesel color cammello. Ha dell’emigrante italoamericano arrivato, Lupino. Lavora per la Magneti-Marelli, ha deciso che valeva la pena fare le ferie a febbraio, per vedere Kristio smogliato in giro a far danni. Sta esaminando una cartina stradale del centroeuropa, l’attenzione eccessiva dell’ipercritico. Il suo ruolo è quello di navigatore e cartografo, all’occorrenza di terzo pilota. Alza gli occhi scuri mediterranei sui due davanti, assume un’espressione corrucciata, vagamente insicura. Non per creare dei problemi, dice monotono, Ma siam sicuri che dovevamo passare per la Croazia? Kristio non scompone il sorriso rilassato, son problemi secondari, l’importante è camminare sull’asfalto, slaccia la cintura, si alza, si infila nel corridoietto della monovolume, non dice niente, sorride.

Vlad gli si ferma il cuore un attimo, vedere la macchinina a centocinquanta senza guidatore, Lupino sgrana gli occhi, non sa che provvedimento prendere. Vlad, come un gatto mammone, sgancia dal suo posto e salta immediatamente alla guida. Recupera la stabilità, la macchinina, aveva sbandato per un attimo. A Vlad non si sono nemmeno smossi i capelli, Lupino ha ancora due trentatre giri al posto degli occhi, guarda Kristio che lo supera per metterglisi dietro nel vano bagagli. Sei normale? Gli chiede monotono. Ho fame, replica Kristio, Pastasciutta? Pastasciutta, approva Vlad davanti. Pastasciutta, approva sospirando Lupino e ripiegando la cartina, non senza qualche difficoltà. Il problema nasce dal fatto che la cartina più che ripiegarsi si arrotola come una pergamena. Il problema è alla fonte, in realtà, nella meccanica postura delle dita di Lupino, che come gli arriva in mano qualcosa di carta sottile lui lo rolla. All’inizio non trovava la Slovacchia. Non trovo la Slovacchia! Aveva rivelato un poco allarmato. Prova sotto il filtro, aveva suggerito Vlad senza scomporsi. Op-là, saltata fuori la Slovacchia, tutta arrotolata. Kristio intanto ha preparato una specie di pappetta plasticosa su un fornellino da campeggio, nel vano bagagli della monovolume grigia metallo.

La pappetta sembra un pezzo di pongo vecchio. Poi, assente, riempie una pentola con acqua da un fusto che ha dietro. Agita la pappetta sfregandola con un lembo ruvido della giacca di velluto, la pappetta prende fuoco. Un fuoco che faresti fatica accenderti una siga. Lupino lo fissa dubbioso, quasi ipercritico. Basterà, dice Kristio sorridente senza girarsi, Mancano un duecento chilometri al confine.

Al confine l’acqua ancora non bolle, Kristio butta comunque i fusilli. Sei sicuro che basti per tre? Chiede dubbioso Lupino, quasi critico. Basterà, sorride Kristio. Sei chilometri dopo il confine c’è un autogrill, la monovolume si ferma, si apre il bagagliaio, vola via pentola e pasta e acqua e tutto il resto. ‘ffanculo, dice Kristio senza sorridere, Panino? Panino, approva Vlad coi crampi dalla fame. Panino, approva rassegnato Lupino. Dentro l’autogrill.

Fuori dall’autogrill. Vlad ha i crampi dalla fame. Se la mangiano loro, quella merda lì! Ringhia basso. Loro, approva Kristio ghignando e tornando al posto di guida. Loro e i loro calciatori fantasisti rubasoldi del cazzo, aggiunge Lupino ipercritico. Gira le balle per la pentola, afferma Kristio sorridendo, Era di mia moglie. Lupo e Vlad lo guardano, con le faccette furbette. Gliene compriamo una uguale a Bratislava, fa Lupo. Kristio sterza la faccia, Se ne accorge sicuro, dice sorridendo. E Vasco dice ‘Come non è vero, sei te!’ Nei pressi di Bratislava. Kristio dice ‘Ne ho viste cose…’ Blade Runner! Fa Vlad.

Eh, sì, Blade Runner, aggiunge tardi Lupino. Tocca a Vlad. Riprende serietà, tossisce e schiarisce la voce, si fa teso, stringe gli occhi. ‘Non è argomento di cui ridere!’ ruggisce in crescendo. Silenzio nell’abitacolo, si ragiona. ‘No’, aggiunge Vlad simulando voce di donna e un baciamano per aiutare, ‘Perdonatemi voi, sono stata davvero scortese’. Dracula, urla Kristio. Quale? Mah, fa Kristio, Coppola. Sì, conferma Vlad. Eh, chiude tardi Lupino, Coppola, sì. Tocca Lupino. Ci pensa su dieci minutini. ‘Sei solo chiacch…’ Gli Intoccabili di Cimino! Fa Kristio. Merda, fa Vlad. Eh sì, fa Lupo, Di Cimino. Kristio è a diciotto, Vlad a dodici. Lupo zero. Bratislava.

Il locale è davvero pittoresco, molto particolare e intrigante, un barcone ancorato sul Danubio. Si chiama Casanova, due piani, quello sotto è a pelo dell’acqua, l’acqua non è blu.

Perché non è blu, l’acqua? Chiede Kristio. Perché ‘blu’? gli fa Vlad. Beh, non c’è la canzone Danubio Blu? Insiste Kristio. Silenzio. Il bancone del piano sotto è murato di gente ma due coppie si alzano e vanno verso una pista che spara commerciale metà anni ottanta, qui è l’avanguardia del trend.

Appena arrivati in città, i tre randagi hanno preso una camera al Bratislava Hotel di Bratislava, in Bratislava Strasse, consigliati dal Passerotto che c’è stato l’anno scorso.

Intanto si chiama ‘Su quel bel fiume del Danubio blu’, mi pare, continua Vlad, E poi è metaforico, blu perché è acqua, tipo i disegni dei bambini noh? Silenzio. Conquistano il bancone, due seggiolini incastrati fra alcune tope tirate a mille, apparentemente fuori portata.

Vlad si sta caricando, la pelle comincia a luccicargli, luci artificiali, musica disco e belle fighe lo trascinano nel sistema solare, si sente allineato coi pianeti. Kristio sorride sghembo, guarda i murales sulla parete di fondo, Hendrix e la Joplin, bello, banale, d’effetto. Perché non c’è Vasco, su quel muro? Chiede. Silenzio. Lupino si guarda intorno come cercasse partigiani nascosti nei cespugli. Perché la parola Vasco non si può tradurre in cèco, chiude Vlad dimenando il collo a ritmo del sound.

Due ragazze alla sinistra di Vlad ridono sguaiate, attirano l’attenzione. Le facce dei presenti sono mediamente da galera, barbe lunghe o mal rasate, occhi stanchi, rughe e borse, gente che dorme poco. Tutti vestiti riccamente, a righe, tutti dediti all’alcol, tutti capaci di fumare il sigaro. La moda. Vlad si siede e cerca nel suo cervello qualche parola di inglese e qualcuna di spagnolo, si rivolge alla più vicina delle tipe, circa vent’anni, gambe lunghe e nude, tacchi e vestito corto, maglietta semitrasparente con cucita in rilievo la parola Sex. Sorseggia vodka in un flut da spumante, con la cannuccia mezza fuori. Le sussurra qualcosa di cordiale, approccio tranquillo, lei sorride, si avvicina e scosta i capelli dall’orecchio per sentire meglio, gli chiede se è italiano. Lui si gira mesto verso gli altri, un po’ sconfortato, Lupo lo guarda senza aver capito una parola, Kristio dice Secondo me Vasco si droga più di Hendrix! Poi si avvia verso il dj.

Vlad si volge di nuovo alle due, intavola un discorso molto serio in una lingua approssimativa e spiega che sono tutti e tre di passaggio e che sì, sono italiani. Italiani di nord o italiani di sud? Chiede la fotomodellina. Italiani della Villetta, specifica Vladdino. Lei sembra molto impressionata. Lupo intuisce che all’altra non stanno molto in squadra, così lascia lavorare Vlad e si gira di là, incrociando lo sguardo di una terza ragazza che si blocca mentre risucchia del giallo trasparente da un bicchiere da cocktail con lo zucchero sui bordi. Lei gli sorride e si pulisce gli angoli della bocca. Lui accenna un ghigno e fa un cenno di assenso, gli sovviene Troisi in chiesa in Non ci resta che piangere. Kristio intanto è arrivato alla consolle del dj, tutto bello sorridente, vestito completamente Byblos, vestito regalatogli dai suoceri per il matrimonio.

Du yu laic Marjuana? Chiede Rubo togliendosi i capelli dagli occhi. Beh, fa Vlad, Non è proprio la mia prima scelta, comunque… Ok, ok, ride Rubo senza denti, Ho capito, sembra dire in cecoslovacco, Vieni con noi. E se ne va di gran carriera con addietro i suoi due amici in tuta ginnica Adidas nera bordi giallo fluorescenti. Li vedresti anche negli angoli, in questo locale, mandano segnali quelle strisce.

Vlad è già mezzo cotto, la tizia gli si è strusciata un paio di volte, poi ha seguito lo scazzo dell’amica e se l’è svignata verso un fantomatico night in una cittadina vicina il cui nome cèco significa ‘Gallina cotta’, dove c’è un party. Vladdino, nell’indecisione, non avendo trovato gli altri, si è fermato al Casanova. Questo Rubo ha preso il posto delle tipe al bancone coi suoi amici ginnici. Hanno parlato un po’ col barista, poi Vlad ha inventato una parola cèca che non esiste, così per discutere. Rubo lo ha guardato un po’ storto, poi gli ha chiesto Italiano? Vlad, sconsolato, ha detto Ebbene sì. Hanno parlato un po’, Vlad in angloispanico stentato, Rubo in cècorusso stretto, si son capiti lo stesso.

Adesso che sono praticamente amici, dopo tre cocktail al Curaçao e tabasco, camminano secchi lungo le pareti, han già percorso stradine di acciotolato, attraversato una piazzetta con un monumentino di un tizio squadrato a cavallo di un maiale enorme, disceso un tunnel sottopassaggio buio e umido. Se la ridono come compagnoni, i quattro, entrano in una palazzina.

Esce dalla cucina sul retro che gli sembra di aver appena camminato sulle acque, il bong gli ha lisciato il cervello riempiendolo di nebbia. Coca non ce n’era ma Rubo ha lasciato il numero di telefono con l’accordo di sentirsi domani. Tanta manna che non me l’hanno piantato nel retto! Pensa il randagio.

Dal vicolo alla piazzetta son duecento metri, Vlad ci mette un’ora e dieci minuti. Ridendo, tra l’altro, come un compagnone. Ferma un taxi. Wèr? Gli chiede il sosia di Danko. Wèr de strìts hèv no neim! Gli canta soddisfatto Vladdino. Ah, Italiano! Commenta pietoso il tizio ripartendo.

Son le cinque di mattina quando penetra la hall del Bratislava Hotel di Bratislava, barcolla che sembra gli si scateni sotto un sesto grado della scala Mercalli, la tizia notturna vestita elegante da tre stelle pernotto e colazione, gli sorride comprensiva. Vlad riesce ad inquadrarla a fatica, pensa che deve chiederle la chiave ed anche che chiavarla avrebbe un gran senso. Ride dentro di sé. Pensa che anche le benzinaie, da queste parti, potrebbero sfilare in passerella. Poi pensa ritmico ‘Pàmp-àp the valium… pàmp-àp the valium…’ La tizia in inglese scolastico gli fa capire che la stanza è già occupata. Bella forza, pensa Vlad, L’abbiamo affittata noi! Poi capisce cosa intende la tizia maliziosa, fa due più due e intuisce che Lupo deve aver rimorchiato qualcuna. O Kristio, se vince i sensi di colpi matrimoniali. Beh, spiega alla benvestita mostrando il Breil rilucente al polso, A quest’ora avrà finito di certo di fare le sue cose, mi dia la chiave, grazie.

Lupino sente lo spiffero improvviso aggredirgli le scapole attraverso la canotta modello australiano con l’incrocio alto, da palestra. Intorno a lui c’è solo la tizia del bancone del Casanova, in un groviglio di cosce e pelle chiara e limonamenti sensuali che preludono al letto. Sono ancora in piedi, tutti e due belli su di giri, lei è calda come una stufetta e umida come un laghetto, questo italiano la tratta come piace a lei. Lupino ha solo un vago sentore che la porta della stanza si sia aperta, quando subito una mano gli tocca la spalla. Gira appena la faccia, priva di occhiali quindi disorientata, abbastanza infastidito, quasi ipercritico. Vlad sussurra sottile sottile, non vuole disturbare più di tanto, la tipa intanto attacca a leccare sotto la cintura. Tranquillo, Lupo, tranquillo, fa Vlad con le mani davanti alla faccia a mò di scusa, Tranquillo, l’ho già trovata!

Il momento non è dei più semplici, ma Lupino cerca di starci dentro, mentre la tizia ha proprio già infilato tutta la testa nei suoi boxer. Che cosa? Chiede abbastanza ansimante. La Bamba! Fa Vladdino barcollante dallo stordimento. Silenzio. Anzi, mugolamenti dai boxer di Lupo. Ne parliamo domani? Fa con sempre maggior difficoltà, Cosa dici eh?. Vlad è serissimo, capisce di mettere a dura prova la situazione. Arretra silenzioso, abbassando lo sguardo, come penitente, richiude la porta.

Mi dà un’altra camera, per favore? La tizia benvestita ridacchia trattenuta e insinuante, ha labbra pitturate così pesantemente che Vlad pensa ad un quadro di Picasso e ad un video di Robert Palmer con un sacco di donnone vestite in pelle plasticata nera, tutte uguali che suonano strumenti musicali e si muovono sinuose a ritmo. Gli viene dura la bega.

La tizia consegna una nuova chiave e fa capire in inglese scolastico che anche Kristio ha preso un’altra stanza per non disturbare Lupo.

Tre stanze in tre, pensa Vladdino tutto barcollante anche nel cervello, Mica male, puro marchio italiano.

Per le strade di Bratislava, Kristio ha appena finito di lamentarsi che ieri se ne sono andati via proprio quando ha convinto il dj del Casanova a piazzare su Gli spari sopra di Vasco, dandogli personalmente la propria cassetta. Nessuna reazione, Vlad guarda i tombini della Main Strasse, da cui fuoriescono curiose statue in bronzo di soldati aggomitolati fuori sul ciglio a osservare immobili i passanti. Saran veri? Si domanda Lupo grattandosi il mento.

Mah, fa Vlad, Secondo me sono attori, sai tipo i mimi a Parigi, quelli che fanno finta di essere statue finché non passa un giapponese fottuto e loro si muovono per fargli fare la foto. Lupo guarda i bronzi soldateschi. Mah! Dice tra sé.

Kristio, assorto, tira un calcio secco a quello più vicino, che rimbomba vuoto. Son veri, fa sorridendo maiale.

Sorteggi Play-Off

Poco da dire.

La tensione è abbastanza alta, i mister Cippo, Morna e Luca sono sulle spine già da stamane, quando voci di corridoio davano per certa la presenza nel girone dell’Urania di almeno una squadra tra Real Bozzuffi e Bar Smile. Più, probabilmente due squadre poco impensierenti.

Il Real Bozzuffi è uno squadrone, ha una tifoseria super organizzata e due centravanti che hanno militato in C2, non ha mai perso e ha una media gol a partita di 3 fatti e 0,2 presi. Lo Smile è lo Smile, la corazzata lo ha subito in coppa e non vuol proprio più saperne, lo smacco è ancora caldo.

La sede C.s.i. è ceppa di misters, tutti più o meno sulle spine. Alcuni scaramanticamente gettano del sale alle spalle, altri toccano ferro, altri ancora si tolgono il sale dagli occhi perché brucia. Ci sono pure un sacco di arbitri, li hanno segregati in un angolo protetti da un paio di energumeni per evitare il contatto coi misters presenti, alcuni hanno ancora il dente avvelenato per certe decisioni alquanto discutibili in certi match.

Il responsabile C.s.i. sballotta un po’ l’urna, la quale è l’urna meno rotonda che si sia mai vista nel mondo dei sorteggi. E’ una scatola di scarpe trasparente con dentro bossolotti che non sono bossolotti ma ovetti kinder gialli di plastica.

Estrazione.

Girone A: bla bla bla.

Girone B: bla bla bla.

Girone C: Bar Smile, F.C. Urania, Ragazzi della Piazza, Real Bozzuffi.

Girone D: bla bla bla.

Prima dell’ultimo bla bla bla, i tre misters dei randagi si rimettono il cappellino americano da baseball, guadagnano l’uscita in silenzio guardando in basso.

L’unica cosa che il mister Cippo si sente di dire è Non lo so, ditemi voi se questa non è sfiga!

Andata ottavi Bar Smile – Urania

Andata degli ottavi di coppa.

Neutro di Pozzaglio ed Uniti, un paese che ha un nome da consorzio, il paese più buio del circondario. Le case sono ancora coloniche, case contadine di mattone rosso dalle tettoie piegate su grondaie spioventi. Aziende agricole, granai e silos disegnano il borgo. Le curve del paese sono quelle strette da carretto, se avanzi a fari spenti ti ritrovi in una stalla senza accorgertene. E’ come essere in un presepe, commenta Cizzu ieraticamente. Più nel villaggio di David Gnomo, corregge Gigiao Bernao in un impeto di infantile regressione.

Il campo sembra bellissimo, invece è bruttissimo. E’ tutto verde e sembra pure piatto, invece sotto è come un muro grezzo, duro e sconnesso. L’illuminazione è squallidina: bassa, tenue e, soprattutto, verde. Tra campo e luci sembra un mondo subacqueo verde, mancano solo gli Snorkyes.

Il pubblico è numeroso, cioè in numero di otto, tutti papà di uranioti. Il Bar Smile è primo nel girone ‘s’, un osso davvero duro, e in casa Urania è emergenza difesa. Mancano Beppone il najone che è a naja, Otta ‘The Vanishing’ che vabbeh, non è mai venuto, e mancano pure Teo Chiari delle pompe funebri che è in tesi, Maurone il Centurione che ha il corso pre-matrimoniale e Poldo che probabilmente ha i legamenti seriamente compromessi. Il libero pertanto, oggi, a sorpresa lo fa Simo ‘Spugnetta’, il cui unico commento alla cosa è stato ‘Ostrega!’ A centrocampo ci sono lo ieratico, Rosso chiodino, Gabo Gabino, Lupo e il Puma Tommasini. In panca c’è Vlad, di ritorno dalle magie oscure del Venezuela.

Son tre settimane che tace, con la testa non è ancora rientrato bene. Ti capisco, dice Gigiao Bernao accanto a lui, Fai bene fratello a tenerti dentro il sole e le ‘chicas’, hasta siempre! E alza il pugno, sognando spiagge viola. Dài, dice il mister Cippo, Oggi mancano i liberi di ruolo, ma noi non siamo inferiori a nessuno come organico, Simo sarà all’altezza.

Fine primo tempo, Urania zero Bar Smile due.

Il mister Cippo chiede a Cizzu se ieraticamente se la sente di fare il libero al posto di Simo Spugnetta. No! Sbotta Cizzu, Nel modo più assoluto. Okay, allora è deciso! Fraintende Cippo.

Secondo tempo. Cizzu libero chiede a Dade Chiari e Faio Faini di aiutarlo a capire quando deve risalire in linea con loro per il fuorigioco. Mai! Impera Dade.

Quando vuoi! Media Faio. Okay, pensa Cizzu ieratico, Adesso è chiaro. Gli avversari percepiscono il disorientamento del nuovo libero che come una molla va su e giù a suggerire fuorigioco improvvisati senza imbroccarne uno manco per caso, così provano delle verticalizzazioni repentine sulla loro punta, che deve essere tipo un missile o un umano velocizzato bionicamente, pperchéquando parte in scatto si sente la musichetta del colonnello Steve Austin. Fortunatamente lo ieratico si stanca di fuorigiocare con la tattica e capisce di metterci la tecnica. Dopo due rincorse da cardiopalma sul colonnello Austin, crede di sentire il petto svuotarsi di muscoli e respiro, come una forchetta gli rigirasse i polmoni intingendoli nel sugo. Allora regola un misurino sulla scarpa destra ed inizia finalmente a chiudere quelle verticalizzazioni con anticipi calibrati, con garbo e misura. Fioccano applausi, otto.

Contemporaneamente i due centrali attaccano a picchiare come carrettieri tutto quello che si muove lì intorno, falene notturne comprese. Non passa più niente, di lì.

Simo Spugnetta a centrocampo è libero di esprimersi al meglio, meno svogliato di prima, prorompe sulle barriere avversarie come un gavettone estivo a tradimento sulla schiena. Uno due micidiàlo, anzi micidialissimo. Prima il bambino Ino si inventa una serpentina tra quattro cristianoni grandi e grossi che lo massaggiano sugli stinchi, lui resta in piedi come un pidocchio nel gorgo di un lavandino, si presenta di fronte al portierone avversario, gli dice Ciao! E piazza un diagonalino giustino per l’angolino basso. Esultanza, dentro e fuori. Dopo tre minuti il Passerotto scheggia la traversa con un destro tipo mortaio, il portiere si offende perché la porta era nuova. Poi Mino Minoia chiede Permesso! Al suo marcatore e si fa atterrare al limite dell’area. Mentre gli avversari discutono di che tempo farà domani, il Minoia fa rimbalzare il due a due pian pianino nella porta.

Proteste sterili perché l’arbitro non ha fischiato. Applausi, in numero forse di otto.

La partita è in pugno, due a due e il commando uraniota assalta la capolista del girone ‘s’ come gli apache Fort Alamo, arrivano granate da tutte le parti sul portierone avversario, lui fa quello che può, dove non arriva con le mani ci manda il palo. I due pali del Bar Smile parano cose mai viste su un campo da calcio, meglio di Higuita e Dinone Zoff stretti in un unico corpo.

Poi entra Vlad. A cinque dal termine di questa partita combattuta ma sostanzialmente corretta. Vlad è ancora in Venezuela con le coronarie, in panca ha accumulato tensione per sessantacinque minuti e adesso entra e si mette sulla fascia destra. Tolto Lupo perché ha cominciato a dimostrarsi ipercritico, e quando inizia così finisce che volano dei pugni. Allora Cippo, previdente, lo ha tolto. Ha messo Vlad.

Passano otto secondi, Vlad va in contrasto in area uraniota. Non tocca l’uomo ma quello punta all’Oscar e cerca un rigore alla Ridolini. L’arbitro non ci casca, Vlad però se la prende. Va sul corpo dell’uomo e gli ringhia, come un doberman. Poi si allontana, di spalle. Un altro uomo gli si fa incontro, gli dice qualcosa. Vlad sfiora il naso di questo con due dita, come schiaffeggiare un cavaliere col guanto d’acciaio. Non fa male ma quello se la prende, pure lui. Spinge il Bambino Ino che passava di lì. E sarà perché è il più piccolo, sarà perché è sempre allegro, sarà perché è nato in Villetta, il Bambino Ino è molto amato da tutti i randagi uranici.

Okay.

Adesso Vlad capisce che forse si è lasciato andare ad un poco di platealità, ma a lui piace così. Comunque si allontana, va verso Lupo che a bordocampo, con le scarpe in mano, gli dice Lucchettone! Scuotendo la testa stracritico, consapevole di ciò che adesso accadrà.

Faio Faini pialla uno zigomo allo spintonatore, quello cerca di capire cos’è successo. Il loro capitano protesta vivamente con l’arbitro dandogli perdipiù dell’imbecille. Espulso il capitano per irriverenza. Due Barsmileiti se la prendono con Faio Faini, allora interviene il Passerotto e qualcuno poi giurerà di aver visto Bòrtolo fare i cinquanta metri in sette secondi pur di partecipare.

Risultato finale: 2 a 2. Risultato finalissimo: un espulso per l’Urania, due per lo Smile, sei acciaccati in tutto, misti.

Tutti al Villetta a narrare le gesta. Lo ieratico Cizzu, l’eroe del match per la sua malleabilità di ruolo, a fine giornata intitolerà la partita: Il fuoco di paglia! Per come si è acceso il finale.

Ritorno ottavi Bar Smile -Urania

Ritorno degli ottavi di coppa.

Neutro di Pozzaglio ed Uniti, sempre quello, apparentemente stupendo, in realtà orrendo. Buche sotto il manto tipo greto di fiume ad agosto. Luce verde, Snorkys style. C’è poco da dire. La corazzata Uraniota si presenta bella galvanizzata, conscia del suo potenziale, formazione tipo, tranne il libero che, come al solito, non si sa a chi farlo fare. Misteriosamente è riapparso Otta: The Vanishing.

Tocca a lui, che ha i piedi buoni e discreto anticipo.

C’è la terna. L’arbitro è il sosia di Benny Hill, un guardalinee sembra Raimondo Vianello e l’altro sua sorella. Tutti pronti?… Portiere?… Portiere?…

Pììììp!

Fine primo tempo. Bar Smile due, Urania zero.

C’è poco da esser contenti, dice il mister Cippo negli spogliatoi. Proprio poco, dice il mr Morna. Il mr Luca invece dice Mi avete fatto vergognare! Secondo tempo. Le punte non ingranano, il Passerotto si muove come una vasca da bagno, accusa i due cannoni che si è fatto con Bòrtolo lungo la strada per venire a Pozzaglio. Bòrtolo accusa quei due cannoni più i due che si è fatto col Bambino Ino un’ora prima. Il Bambino Ino accusa quei due con Bòrtolo e i tre litri in due di rosso che si è fatto al Villetta a mezzogiorno come aperitivo con Simo Spugnetta. Simo Spugnetta accusa più di tutti ma nessuno sa perché.

Fine secondo tempo. Bar Smile quattro, Urania zero.

C’è poco da aggiungere, dice il mr Cippo mentre escono dal campo e dalla coppa. Io aggiungerei che abbiamo fatto pena, smorza il mr Morna. Io mi vergogno, sospira il mr Luca chinando il capo per non guardare il pubblico.

Buffoni! Si ode dalla recinzione. A lavorare! Si ode anche. Nessun randagio ribadisce. Tutti molto schiacciati.

Tutti al Villetta a festeggiare amaramente e a prendere in giro una tizia cinquantenne che di mestiere sbocchina il reparto pediatrico dell’Ospedale Maggiore.

1 maggio 2002 Real Bozzuffi – Urania

Mercoledì primo di Maggio, festa dei lavoratori!

Al San Giorgino di Corte de’ Frati però non si festeggia, si sgobba anche oggi. Urania in casa del Real Bozzuffi per il primo turno di questo girone finale di Plai Off. Il campo è bellissimo, nuovo nuovo, un manto d’erba che verdeggia color smeraldo. Però mancano le tribune.

Ci sono due file di seggiolini oltre la recinzione, e un baretto che spina birra e vino bianco. E’ il primo vero sole da metà Aprile, oggi si suda. Il Caraffone è già allineato con gli striscioni e i fumogeni, son già ventisei minuti cronometrati che inneggiano.

Un episodio di folclore: randagi e tifosi del Caraffone si son trovati al campo come previsto per giocare alle tre. Il vecchietto addetto alla manutenzione del quadrato, in gergo detto ‘ l’omino’, ha avvertito che la partita è stata rinviata alle cinque.

Dopo aver dato calci a vetri e armadietti, aver divelto metri di recinzione e inciso cortecce di faggio per calmarsi, i randagi hanno pensato di non tornarsene in città per non rischiare di finire in un bar e perdere la concentrazione. Non si sapeva che fare.

A ghé la fèera, in paèes! Ha suggerito l’omino del San Giorgino, che in dialetto voleva dire presenza di piccolo luna park in paese. Alè, tutti al calcinculo! Alle cinque sono entrati in campo undici adulti regrediti due ore prima ad un’infanzia carnevalesca, su autopiste a ritmo di discodance e su calcinculo a prender codini di volpe finti. Non è partito un solo goccio di alcol, ma la tensione si è smorzata ugualmente.

In campo c’è la solita formazione rimaneggiata, oggi il dramma è la mancanza di un qualsivoglia libero. C’è solo Beppone, ma il suo ginocchio lo implora di non provarci neppure.

I giocatori del Real sono spavaldi, davanti hanno ‘sto fenomeno che si chiama Bonisoli e che i tifosi chiamano con una fantasia davvero creativa ‘Bonigol’.

Alla fine di questa giornata infausta si potrà determinare che il voto meritato dai misters è 2. Troppi errori di impostazione, tutti pagati. Oltre a questo, una strana sorta di cacarella si impossessa fin dall’inizio di un paio di randagi che non son riusciti a smorzare troppo bene la pressione mentale del primo pomeriggio.

Gabo Gabino prende un palo in appoggio mirato dopo cinque minuti, un’azione splendida. Sul ribaltamento di fronte Bonigol buca la marcatura del Centurione e alla prima conclusione lascia Bòrtolo immobile come un calippo.

In più, son passati solo sei minuti quindi, Beppone sente il ginocchio che muore del tutto. Chiede il cambio. Non lo ottiene. E’ qui che la misterìa perde la partita del tutto. Non si accorge che Dade Chiari è più indicato per marcare Bonigol, che il Centurione lo perde di vista troppo spesso e in più non lo legna come è solito fare se vuole spaventare l’avversario. E non cambia Beppone. E tiene il Bambino Ino a fluidificare davanti insieme al Passerotto, due punte in trasferta in emergenza, in un match che meriterebbe un catenaccio alla Burgnich. Tutto precipita.

Fine primo tempo quattro a zero per il Real, tre gol di Bonigol. Bonigol ha tirato quattro volte in porta, in tre ha preso in giro Bòrtolo, il quarto tiro ha imposto alla traversa un moto perpetuo che ancora dondola. Sul lato Uraniota solo sconforto e poca voglia di lottare.

Nessuno sa cosa si siano detti negli spogliatoi. Cizzu lo Ieratico, Poldo e Faio Faini con morosa rossa di capelli sono appollaiati alla recinzione, vorrebbero incoraggiare i randagi al rientro ma gli manca l’entusiasmo. Il Caraffone invece non cede, i cori sono costanti, più che altro si vuole vincere la sfida con la tifoseria locale che stamburella quieta dall’altra parte della passerella degli spogliatoi. Sono in pochi, quelli del Caraffone, cinque o sei, manca anche Brio perché è a Gardaland con la morosa, però menano un bel cinema.

Secondo tempo, fuori Beppone e dentro il Mullah Guindajh, ormai demotivato. Il Centurione adesso marca la seconda punta, Bonigol se lo ciuccia Dade Chiari ma non c’è mordente. Si gioca tranquilli da una parte e rassegnati da quell’altra. Lo spettacolo decide di garantirlo la tifoseria.

Un ultras del Bozzuffi urla La feccia di Cremona siete voi! Al Caraffone. Un Caraffone pelato e con gli occhi azzurri risponde educato Vieni qua a dirlo, terrone di merda!

Il terrone, forte del fatto che urla in casa, va dal pelato del Caraffone, a dieci centimetri dal muso. A chi hai detto terr…? sta per chiedere curioso. Ma Poldo gli spiana i tratti facciali senza farlo finire, parte da dietro il pelato, lo centra bene, quello là cade giù come un sacco. E’ un attimo.

Dopo dieci secondi ci sono sei persone che si massaggiano la ghigna in silenzio, a gridare ci pensano le ragazze sedute sui seggiolini e i bambini presenti al bar col ghiacciolo in mano. Il pelato ne centra uno su un fianco, poi una gamba lo fa inciampare e gli arriva un calcio sul collo che se non gira per sbaglio la testa glielo stacca.

Quelli del Real arrivano in venti, tutti truci, non intervengono però, stanno ai margini come rapper minacciosi, sono solo contrariati che i Caraffoni abbiano attaccato in due contro uno.

Ne arriva uno enorme, abbronzato e con maglietta nera a maniche corte, capelli corti grigini, s’impone sullo sbandieratore del Caraffone che fa anche da portavoce. Volano fumogeni in campo e nelle aiuole, con lo scopo di bruciare tutto.

E’ simbolico, però, ci vorrebbero anni. Piano Piano i toni si smorzano, ognuno recupera la sua posizione alla recinzione.

Intanto però, dall’altra parte della passerella, si scatena un’altra rissa. Due ultras del Bozzuffi danno della troia alla morosa di un Villetta che si era messo di là per evitare appunto le risse. Allora lui pianta un cartone dritto in mezzo ai due e ne centra uno mentre rideva, tirandogli giù un dente e spellandosi le nocche. Poi porta via la morosa che intanto cerca di infilare il tacco a spillo nella coscia a quell’altro.

Esce un tizio dal bar, si accorge che ci son due risse, non sa in quale buttarsi, torna al bar.

A cinque minuti dalla fine i cittadini abbandonano il campo per evitare altri danni, tra gli insulti dei paesani vittoriosi. La partita termina 7 a 1, anche la media gol ne risentirà paurosamente, oggi tutto è da dimenticare.

Ma non per Gigiao Bernao.

Che oltre a non aver giocato si è trovato pure le gomme della macchina tagliate. Così come Bòrtolo e un paio di Caraffoni. I dirigenti del Bozzuffi tergiversano, sminuiscono, parlano di chiodi in mezzo alla strada, forse persi da un trattore. Trattore un cazzo! Dice il Passerotto, E’ stato un ragazzino col motorino, l’ho visto io che girava tra le macchine!

Tranquilli! Sentenzia Gigiao, estraendo il cellu. Compone un numero, mentre sfila gli occhiali da sole dalla tasca e li indossa. Parlotta un attimo in gran segreto con qualcuno, si isola per non farsi sentire dai dirigenti del Bozzuffi che simulano sicurezza.

Possiamo andare! Fa poi Gigiao al gruppo, Sostituzione di gruppo delle gomme bucate. Intanto che i randagi rimasti sgommati risudano sette camicie per riparare il danno, Gigiao si appiccia una siga potente e si sistema sul cofano di un’auto lì accanto.

Ho allertato un amico di Ghedi, confida tranquillo. Gli ho detto che mi hanno messo le mani addosso. D’accordo ho mentito, ammette, Però loro vogliono motivazioni forti per muoversi. La settimana prossima mi organizzano tre spedizioni punitive, conclude, Orde bresciane.

Tutti applaudono, lui se la tira un po’. Orde bresciane coi cani, aggiunge, Rotweiler!

Tutti al Villetta, con un’ora di ritardo, per sapere come stanno le facce di Poldo e del pelato e qual è il risultato dell’altra partita.

4 maggio 2002 : Urania – Bar Smile

Il giorno della verità.

Giornata di pioggia a sprazzi, pioggia a cappellotti, giornata da restarsene a letto al calduccio. Oggi la squadra è messa ancora peggio che col Bozzuffi, manca Simo Spugnetta che deve scontare un barile di ammonizioni. Più i soliti indisponibili, Cizzu, Faio Faini, Poldo, Mino Minoia, Otta The Vanishing eccetera.

In più c’è il Bambino Ino che gioca solo perché il referto delle squalifiche non è ancora arrivato, e c’è Beppone col ginocchione malandato.

E oggi ci si gioca la stagione.

Fuori dalla Coppa, prese sette pere col Bozzuffi, si deve vincere, anche se forse un buon pareggio andrebbe ancora bene, viste le premesse e visto che si gioca col Bar Smile, bestia nera di Coppa.

Non c’è affatto l’entusiasmo che ci dovrebbe essere, fuori in tribuna, si fa fatica a pensare che oggi non si esce dalla competizione. Anche il Caraffone è zitto, poi sono solo in due, Brio con in mano una Beck’s e il suo nipotino Poldo. Non tiferanno, oggi, per polemica col mister Morna che mercoledì dopo la lite a Corte de’ Frati ha aggredito Kranio Pelato dicendogli di non farsi più vedere al quadrato della Chiesina.

Lo Smile ha pareggiato incredibilmente la prima sfida coi Ragazzi della Piazza, però oggi sembra al completo, questo non aiuta. L’arbitro è un tizio dall’aria bonacciona e pietosa che si chiama Jerry, detiene il record di insulti presi sui campi di calcio e calcetto del circondario. Forse, una designazione diversa era consigliata, vista la posta in gioco.

Partenza a razzo. Uno-due da manuale Ino-Gabino ed ecco che Lupino si smarca davanti all’area. Arriva il suggerimento, lui aggancia, pallonetta irriverente e la rete si gonfia. Urania in vantaggio. La tribuna attacca a gridare, il Collettivo Radioattivo si sbraccia, anzi sbracciano tutti un tizietto rasato di nome Ronnie che ha il pregio di avere molta elasticità alle giunture. Quando lo mollano ha parti del corpo legate insieme.

Tre minuti, la velocissima punta dello Smile brucia la fascia, evita Vladdino col quale aveva litigato all’andata di Coppa, ributta in mezzo e uno che non si capisce bene di che colore abbia i capelli insacca Bòrtolo con l’aiuto di una deviazione illogica. L’entusiasmo rientra nei ranghi.

Intanto arrivano in tribuna Faio Faini con morosa rossa di capelli, Cizzu con un discepolo timido, One il fratello del mister Cippo, Gabo Gabone con papà e mamma a vedere Gabo Gabino in campo e papà Faini a controllare suo figlio in tribuna che, a sua volta, cura la morosa rossa di capelli e sempre abbronzata.

Tredicesimo del primo tempo, Vladdino si stira in un’entrata coi fiocchi, si tiene in mano la coscia come si tiene un asciugamani. La tribuna gli urla Stringi i denti, Vlad!

Corner basso di Rosso Chiodino che ogni volta che batte si assotiglia come carta velina, divenendo bidimensionale. Stacca a centroarea Dade Chiari in puntata offensiva e insacca come un toro furibondo. Poi corre a farsi festeggiare in panchina.

Due a uno, in panchina il Puma Tommasini viene mandato a scaldarsi in chiave abbandono di Vlad. La tribuna è incredula per il vantaggio e anche per Vlad che tiene duro bestemmiando in rumeno.

Tre minuti dopo Bòrtolo compie un miracolo su bomba da fuori dritta all’incrocio destro, ma il tizio Barsmileita dai capelli color nulla trova una ribattuta sotto porta e vanifica il miracolo. Due a due. E qualcuno pensa a Italia-Camerun dell’82.

Neanche il tempo di risedersi in tribuna che Gabo Gabino mette giù male il piedino, in più il capitano avversario che a quasi quarant’anni non ha ancora intuito il vero senso della vita, gli atterra volontariamente sulla caviglia. Per tre minuti Gabino piange come se gli avessero bruciato l’album Panini. Si crea dell’attesa nervosa, Gabino viene portato fuori dai misters a spalla, i genitori e Gabo Gabone accorrono, sembra proprio che l’Urania debba perdere il suo capitano per il finale di stagione.

Vlad lancia anatemi da guerriglia ogni due minuti per soffocare il dolore alla coscia, Ripo-Ripo quando corre è così inarcato in avanti che si liscia il culo coi suoi stessi tacchetti e quando tira in porta tocca la palla con la mano opposta, troppa coordinazione. In panchina intanto Gigiao pensa che anche se oggi non gioca va bene lo stesso, tanto lui ha già i biglietti aerei per il prossimo week-end, va a Catania alla festa degli Alpini con un suo ‘collega’.

L’uscita di Gabino e i suoi gemiti hanno scosso tutti.

Il Bambino Ino comanda la riscossa, appena l’arbitro fischia per il fallo serpeggia storto come un’ugola in gola, evitando tranciate e pestoni, facendo tunnel e incitandosi da solo, libera il Passerotto sulla destra a bordofosso, il quale senza neppure guardare intuisce il buco in porta e dalla tre quarti di destra fa partire un campanile liftato che scompare dapprima nelle nubi infilandocisi a forza di spinte, e poi precipita come uno shuttle incontrollabile diritto sotto la traversa. Tre a due. In tribuna gente che non si conosce si abbraccia, vecchi invitano a cena ragazzini e bambini tirano sassi alle mamme. Un giornalista che passava di lì si rammarica di non avere penna e foglietto.

Un tizio Barsmileita pelatissimo e dall’aria cattivissima si rivolge all’arbitro in toni forse poco etici, tant’è che quando gli spunta un rosso dritto sugli occhi non protesta neppure. Un minuto dopo è lavato e cambiato in tribuna insieme alla gente ad insultare l’arbitro Jerry, lo chiamano tutti Gomma e sembra di casa, alla chiesina, l’idolo dei giovanotti del Radioattivo.

In undici contro dieci, col carico di folla che incita selvaggio dal Collettivo, con l’entusiasmo di farlo per il capitano infortunato, con la partita che sembra sorridere ai randagi e un Bòrtolo in stato di grazia che si fa perdonare la cacarella del primo Maggio contro il Bozzuffi, la Corazzata impianta anche il quarto sigillo. Il Bambino Ino, su punizione, cerca l’unico buchino scoperto nella barriera che copre la porta. Ci sono settantasette uomini e un dromedario, in barriera, non scompare solo la porta Smileita ma praticamente tutto il settore nord-ovest di Cremona.

Eppure c’è quel buchino insignificante di trenta per trenta centimetri, tra le gambe di uno alto e storto. Ino strizza l’occhio a Lupino e gli indica il buchino. Lupino lo stracritica, sussurra Non ci passi!

Invece Ino ci passa, la palla sfila proprio sotto la x delle gambe del tizio Barsmileita, rotolando caustica nell’angolo lontano. Quattro a due, fine tempo.

La tribuna si svuota, tutti al bar di fiducia, restano solo le donne sugli spalti, dai tre ai cinquant’anni. Gabo Gabino si presenta con un’autoclave di ghiaccio legata al piede, gonfio come una zucca matura. Però è contento per il risultato. Adesso l’entusiasmo si è trasformato in certezza, certezza che ce la si fa, la si porta a casa.

Secondo tempo. Entra Teo Chiari per Beppone cui duole il ginocchione. Il Bambino Ino si fa ammonire per scaccolamente e protesta, il Centurione perché critica a voce alta il portamento del suo avversario, trovandolo alquanto effeminato.

Si perde per strada, come dire, un po’ di concentrazione.

Infatti dieci minuti e si è sul 4 a 4. Appunto.

Una punizione bella liftata nell’incrocio sinistro, a due all’ora ma con un Bòrtolo coi piedi ancora negli spogliatoi. E una fuga improvisa dell’uomo di Vlad, che stringe sì i denti ma non le chiappe, e quello parte e lo infila e poi infila l’incolpevole portierone. Che si è stufato di pigliare sempre almeno quattro pere, anche quando gioca bene. Così, mentre il mister Cippo sostituisce Vladdino che ha dato davvero tutto, il Puma Tommasini che si stava scaldando da circa dodici anni a bordocampo finalmente entra per Ripo-Ripo che ormai ha il culo striato. Il delicato Bòrtolo fissa Tommasini incagnito. Fai il tuo dovere Puma! Gli urla minaccioso, Se non vinciamo ti lego la marmitta dell’R4 intorno alla carotide! Adesso sì che il Puma è a suo agio.

E quando un Puma è a suo agio si fa gattone. Infatti, mancano due minuti più recupero alla fine, Rosso Chiodino riceve una gomitata in faccia dal suo marcatore di fascia che gli fa rientrare il naso nella faccia fino a spuntare dietro sulla nuca, però prima di cadere riesce a dare al Passerotto. Il leggiadro simula il volo delle alette con le braccia, poi scarica in mezzo all’area Smileita dove misteriosamente non c’è un’anima che difenda ma ci sono tre Uranioti. Tra cui il Puma. La tribuna si alza muta, le mani in tasca o sugli occhi per non vedere.

Ora immaginiamoci il dramma di questo ragazzo. Un ragazzo che fin dal suo terzo compleanno si stava scaldando a bordocampo. Un ragazzo dagli artigli che teme per la propria carotide. Un felino col viso di Fausto Coppi che ha sul piede la palla del 5 a 4 e la chiave per passare il turno.

Il Puma non ragiona, il Puma è un predatore. Aggancia bene il pallone, lo mette giù sul dischetto del rigore, si gira, batte a rete. Parata! La tribuna sgomenta accenna a sedersi.

Arriva il Passerotto come un trenino Lima. La tribuna resta a metà.

Bomba del Passero Tonante, parata!

Ci si riprova, a sedersi delusi e sconfitti in tribuna.

Ma riprende il Puma, come in un incubo senza fine. Ci si rialza in piedi.

Stavolta non tira, il Pumone, ci mette quei venti, ventidue minuti di troppo a governare il pallone. Il portiere Smileita riesce a saltargli nelle gambe come un argine insuperabile. Mani nei capelli di tutti i presenti, compresi i degenti dell’Ospedale Maggiore affacciati alle finestre di dietro. L’argine serra le mani guantute sul pallone.

Ma il Puma è il Puma.

Come se fosse appollaiato su un ramo amazzonico in attesa dell’agguato scava due zolle sotto la sfera e la solleva sopra l’argine umano, che gli si infrange sotto come un colpo di mortaio, sollevando terra col ginocchio. Invece che il pallone, il portierone falcia una zampa del Pumone, che rotola giù come se l’avessero ipnotizzato. Resta giù secco.

Si ode un fischio timoroso, nell’immobilità silenziosa del campo.

Pììììììììììììììììììììììp!

Rigore.

Giù persone che si scaraventano al suolo dai gradoni, rondini confuse si appollaiano sulle spalle dei panchinari, incerte se godersi l’entusiasmo, un treno deraglia in lontananza per troppa contentezza, i degenti del Maggiore guariscono improvvisamente, la Madonnina dell’oratorio dispensa alle massaie presenti consigli su come tirare meglio la sfoglia per le fettuccine.

In campo ci si abbraccia, mentre Bòrtolo scrolla il Puma tenendolo sollevato da terra e baciandolo sulle ginocchia. L’arbitro Jerry viene invece scrollato dalle proteste vivissime dei Barsmileiti. Proteste tra l’altro contenute, tre espulsi diretti, uno dei quali ha dapprima cercato di prenderlo a calci in faccia, poi è corso in panchina a riempirsi di bottigliette di vetro di Gatorade ed è tornato dall’arbitro, le vuotava in un sorso e gliele tirava vuote sulla testa.

Passerotto sul dischetto per la doppietta passa turno, tiro sicuro, spiazzato il portiere, 5 a 4, il Caraffone grida in due Ce l’abbiamo noi! Ce l’abbiamo noi! Il Pàs- sé-rò-tto ce l’abbiamo noi! E l’arbitro Jerry fischia immediatamente la fine per non rischiare ulteriormente la pelle.

Tutti soddisfatti, a parte che Gabino si è rotto, Beppone si è rotto, Vlad si è rotto, Lupino si è rotto, Ino salterà la prossima per somma di ammonizioni e lo stesso il Centurione.

Tutti comunque al Villetta a festeggiare la giornata campale e a citofonare alla famiglia Bernabè, che abita lì di fianco, per fargli gli scherzi.

Riguardo l' autore

Andrea Cisi
Andrea Cisi

Aggiungi commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Andrea Cisi

Andrea Cisi

Categorie

Commenti recenti

Articoli recenti

Archivi